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CAPPELLA DI S. IVONE A NAPOLI

La proprietà della Cassa a Napoli consiste in un locale, costituito da due vani, sito al piano terreno di un fabbricato adibito un tempo a manifattura di tabacchi, a Via SS. Apostoli. Il vano più grande era anticamente la cappella della congrega di S. Ivone, santo patrono degli avvocati, che svolgeva attività assistenziale anche a favore delle famiglie degli avvocati e dei magistrati deceduti; come tale, si tratta di un monumento vincolato.

Nel 1933, per effetto della legge che istituì l’Ente di Previdenza a favore degli Avvocati e dei Procuratori – che nel 1952 divenne Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore degli Avvocati e dei Procuratori -, la congregazione fu soppressa e il suo patrimonio confluì nel nuovo Ente, che ne assunse la gestione.

Comparsa nel XVIII secolo, la Congregazione di S. Ivone aveva esclusivi scopi di beneficenza, ovvero la "gratuita difesa dei poveri nelle loro liti civili contro dei doviziosi e potenti da quali erano sopraffatti e oppressi", e di "soccorrere i poveri professori legali, i quali ridotti alla miseria o per l’età, o per l’infermità, o per altre disgrazie non possono più procacciarsi il vitto con la loro professione", secondo quanto citato nelle tavole di fondazione approvate dal sovrano borbonico con decreti del 9 settembre 1800 e del 1° settembre 1802.

La congregazione si inseriva nella illuminata tradizione napoletana, inaugurata in epoca sveva da Federico II, quando fu istituito un avvocato dei poveri pagato dal fisco. Le funzioni di quest’ultimo furono però progressivamente ridotte nelle epoche successive, e soprattutto con gli spagnoli, e ciò giustificò la creazione di una confraternita come quella di S. Ivone. Di essa fecero parte i più illustri esponenti del foro napoletano e della nobiltà, che si premuravano anche di stanziare i fondi: successivamente, la congrega poté godere di munifiche donazioni da parte di esponenti di primo piano dell’aristocrazia come, per esempio, Filippo IV, il principe del Colle, il marchese Caracciolo, il principe Pignatelli.

La Presidenza era affidata solitamente a un nobile o al presidente del Sacro Regio Consiglio, che presiedeva le riunioni, tenute nella cappella, dalla quale scaturiva la decisione di accettare o meno una causa; particolarmente solenni erano le riunioni che si tenevano il 19 maggio, festa di S. Ivone, dopo la messa cantata cui partecipavano i confratelli. Chiunque volesse fruire del gratuito patrocinio della confraternita si presentava con una memoria del cui esame si faceva carico un confratello; questi, a sua volta, riferiva all’assemblea sull’onorabilità del richiedente – che doveva essere necessariamente residente a Napoli – e sulla bontà delle sue motivazioni; dopodiché lo stesso confratello veniva incaricato di difendere la causa in tribunale. Le spese erano interamente sopportate dalla congrega, che però fruiva di varie esenzioni.

L’avvento dei francesi, con l’istituzione della repubblica partenopea, portò allo scioglimento della congregazione di S. Ivone, che rinacque agli albori del secolo XIX con scopi più limitati e obiettivi di portata più modesta, ma conservando fondamentalmente le stesse funzioni di un tempo.

Il locale evidenzia decori in stucco lungo tutte le pareti e all’imposta della volta, che formano lunette sopra i vani finestra. Da qui provengono le tele affisse al V e al VI piano della Sede della Cassa, raffiguranti S. Ivone, una Madonna con Bambino e S. Giovanni, e San Michele Arcangelo.

Già cappellania De Grassis, nel corso della seconda guerra mondiale la cappella fu aperta al pubblico a causa del danneggiamento, a seguito dei bombardamenti, della vicina chiesa dei SS. Apostoli, dove affluiva abitualmente per la messa la popolazione del quartiere.


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