Crisi d'impresa. Concordato a rischio di abuso

La Cassazione ribadisce i limiti non valicabili dallo strumento di gestione del debito

Anche nella crisi di impresa esiste un abuso del diritto. Lo ribadisce la Corte di cassazione - Prima civile, sentenza n° 5677/17, depositata il 07/03/2017 - sottolineando che la richiesta di concordato preventivo, tantopiù se reiterata, non può essere utilizzata a fini meramente dilatori. In questo caso, non solo la procedura non può evitare l' apertura del fallimento - scopo reale dell' operazione - ma integra in tutto e per tutto un' ipotesi di abuso del diritto da parte del debitore. Il processo deciso in ultima istanza era partito da una complicata procedura fallimentare, relativa a un' azienda situata a cavallo tra il Lazio e la Campania. L'impresa si era vista revocare un primo concordato preventivo dai giudici di Napoli, seguita da una nuova proposta di piano che la società stessa revocava nelle more di una questione di competenza con il tribunale di Latina. Nel frattempo l' amministrazione societaria aveva trasferito la sede in Lussemburgo, cancellandosi dal registro delle imprese. Depositate le prime istanze di fallimento, l' azienda proponeva nuove ipotesi di concordato preventivo, che però venivano respinte dai giudici laziali che contestualmente stabilivano anche la giurisdizione del giudice italiano. Veniva quindi aperto il fallimento, confermato dalla Corte d' appello capitolina. Secondo i giudici di merito, il trasferimento all' estero era manifestamente fittizio, per la «costanza della situazione di insolvenza» e per gli artifici contabili tesi a dissimularla. Insolvenza che peraltro risaliva ad almeno ai due anni precedenti l' innesco delle procedure concorsuali, e che venne riconosciuta dalla stessa declaratoria fallimentare solo due mesi dopo la "delocalizzazione" fittizia. La Cassazione ha in primo luogo riaffermato il principio di giurisdizione "estesa" se la società di capitali in decozione «già costituita in Italia che abbia trasferito la sede legale all' estero dopo il manifestarsi della crisi di impresa» non abbia dato seguito anche al trasferimento effettivo dell' attività imprenditoriale. Nel caso specifico i giudici sottolineano che gli elementi portati a sostegno della delocalizzazione erano in sostanza una mera bozza di bilancio, fatture prive di oggettivi riscontri, mancanza di riferimenti ai potenziali contraenti e di eventuali rapporti bancari esteri, circostanze valutate in modo incensurabile dai giudici di merito. Quanto ai rapporti tra le due procedure concorsuali - la proposta concordataria e il fallimento vero e proprio - la Corte boccia il prospettato automatismo di sbarramento della prima sul secondo. A giudizio della Cassazione il carattere meramente dilatorio della proposta concordataria - peraltro reiterata nel caso specifico - è «indubbiamente abusivo», manifestandosi in un vero e proprio «abuso del diritto del debitore, essendo funzionale ad allungare i tempi tesi a pervenire alla regolazione dello stato di dissesto». Abuso che ricorre, chiosa infine l' estensore «quando in violazione dei canoni generali di correttezza e buona fede e dei principi di lealtà processuale e del giusto processo, si utilizzano strumenti processuali per perseguire finalità eccedenti o deviate rispetto a quelle per le quali l'ordinamento li ha predisposti». (da Il Sole 24 Ore dell'08/03/2017)