Evasione, danno morale al Fisco

Cassazione. Il giudice può liquidare il pregiudizio in sede penale per la lesione di interessi non economici

Via libera alla condanna, in sede penale, al risarcimento per il danno morale prodotto all'agenzia delle Entrate con un reato tributario. Un pregiudizio che sta nella lesione degli interessi non economici - ma comunque rilevanti dal punto di vista sociale - ai quali è finalizzata l'azione dell'Agenzia, che deve mettere in atto accertamenti fiscali e riscuotere le entrate tributarie della nazione. La Cassazione (sentenza 38932) usa la mano pesante con un imprenditore immobiliare che aveva cercato di depistare il Fisco, prima evadendo l'Iva poi costituendo un fondo patrimoniale su un appartamento e intestandolo alla moglie per evitare l'aggressione da parte del Fisco. Al ricorrente era stato contestato il reato previsto dall'articolo 11 del Dlgs 74/2000 di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, (sul quale è intervenuto con un inasprimento delle pene il Dl 78/2010). Il ricorrente eccepiva nell'ordine: l'aggressione dei beni personali al posto di quelli della società, l'assenza del dolo nella costituzione del Fondo, la possibilità di liquidare un danno morale in favore dell'ente pubblico, costituito parte civile e i criteri di liquidazione. Per quanto riguarda i beni della società, secondo l'imprenditore, era mancata qualunque verifica: non bastava, infatti, il dissesto della società, evidenziato dalla Corte d'appello, per escluderne l'esistenza. E sul punto la Cassazione fa presto a smontare l'eccezione ricordando che si può dare il via libera alla confisca per equivalente sui beni della persona fisica, se dall'imputato non arriva la prova della concreta esistenza di beni della persona giuridica da sottoporre a confisca diretta. È, infatti, necessario in sede di ricorso per Cassazione, indicare nello specifico gli atti processuali dai quali risulta reperibile presso la persona giuridica il profitto del reato. Sul fronte del dolo per la Cassazione è già abbastanza illuminante la costituzione del Fondo in coincidenza dell'"appuntamento" con il Fisco. E ci sta anche il danno morale. La Cassazione ricorda, infatti, che l'agenzia delle Entrate ha diritto sia al risarcimento del danno patrimoniale - che non coincide solo con l'imposta evasa, ma sul quale pesano anche il danno da "sviamento" della funzione e il turbamento dell'attività - sia al danno morale. Quest'ultimo va inteso come il vulnus prodotto alla credibilità nei confronti di tutti i consociati dell'organo accertatore. La Cassazione coglie l'occasione anche per dare delle precisazioni sul danno all'immagine, non rilevante nel caso esaminato, precisando che è una voce distinta all'interno del danno non patrimoniale che scatta a causa del discredito e del sentimento di sfiducia verso l'amministrazione per effetto della corruzione dei suoi dipendenti. Il risarcimento di entrambi i pregiudizi, sottolineano i giudici, non dà luogo a una doppia liquidazione dello stesso danno non patrimoniale trattandosi di lesione di beni giuridici diversi. Nel caso specifico risulta dunque risarcibile il danno morale nei confronti dell'Agenzia per i reati tributari e finanziari. L'unico punto sul quale il ricorso viene accolto riguarda la quantificazione del danno morale, fissato, con una sorta di automatismo, in circa 168mila euro senza specificare i criteri di liquidazione. La Suprema corte afferma che l'entità non può essere tarata sull'ammontare dell'evasione ma spetta al giudice dare conto delle circostanze considerate in sede di valutazione equitativa. Patrizia Maciocchi (da Il Sole 24 Ore del 08/08/2017)