Processi tributari senza sconti

Secondo la Cassazione l'agevolazione è giustificabile solo in chiave di meritevolezza

Enti non commerciali e onlus non sono esonerati dal pagamento del contributo unificato nel processo tributario. Nessuna norma comunitaria impone agli stati nazionali di riconoscere l'agevolazione fiscale agli enti non profit. L'esenzione dal contributo non può mai essere giustificata dalle qualità del soggetto. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con l'ordinanza 14332 del 5 giugno 2018. Secondo la Cassazione, le onlus e gli enti non profit non sono esenti dal pagamento del contributo unificato poiché l'agevolazione fiscale «è giustificabile, alla luce del dpr n. 115 del 2002, art. 10 solo in base a un criterio di meritevolezza, in funzione della solidarietà sociale, dell'oggetto del giudizio e non in considerazione della qualità del soggetto, anche in ragione di esigenze costituzionali di parità di trattamento e comunitarie di non discriminazione». Per i giudici di legittimità, inoltre, il contributo in questione non si pone in contrasto con le norme del diritto europeo. In effetti, nel processo tributario non esistono cause di esonero dal pagamento del contributo unificato. Non sono infatti previste esenzioni di natura soggettiva neppure per amministrazioni pubbliche, concessionari, agenti della riscossione e via dicendo. Tutti coloro che propongono azione giudiziale innanzi alle commissioni tributarie sono tenuti a pagarlo. E in caso di irregolarità commesse dalla parte o dal difensore la segreteria della commissione tributaria deve notificare presso il domicilio eletto un invito al pagamento per il recupero del contributo. Peraltro, come ha già avuto modo di chiarire la direzione giustizia tributaria del ministero dell'economia e della finanze (direttiva 2/2012), la prenotazione a debito è consentita solo alle amministrazioni dello stato e alle agenzie fiscali. Non è invece ammessa per altre amministrazione pubbliche, concessionari o agenti della riscossione. Le regole per il pagamento. Spetta al ricorrente indicare il valore della lite nelle conclusioni del ricorso e pagare il contributo. La misura è rapportata al valore della controversia. Gli importi variano da 30 euro, per controversie di modesto valore (fino a euro 2.582,28), fino a 1.500 euro per le controversie il cui valore supera 200.000 euro. Per determinare l'importo del contributo occorre fare riferimento alla somma dovuta, a titolo di tributo, che forma oggetto di contestazione. Nel caso in cui la controversia abbia a oggetto solo le sanzioni applicate dall'amministrazione finanziaria con l'atto di contestazione, occorre prendere a base di calcolo il relativo importo. L'articolo 14, comma 3-bis, del dpr 115/2002 prevede che nei giudizi tributari il valore della lite debba risultare da apposita dichiarazione anche per la prenotazione a debito. In mancanza della dichiarazione, il processo si presume di valore superiore a duecentomila euro, con il conseguente versamento del contributo unificato nella misura massima di 1.500 euro, che di fatto costituisce una sanzione per l'omesso adempimento. Come già chiarito con la direttiva ministeriale 2/2012, però, è possibile rimediare tempestivamente. La sanzione, infatti, non va applicata se nel ricorso non viene dichiarato il valore della lite, purché il difensore o la parte lo indichino in un atto successivo, datato e sottoscritto, ma non oltre 30 giorni dalla data di deposito, anche se l'impugnazione viene proposta a mezzo posta. Al riguardo, la commissione tributaria provinciale di Massa Carrara, seconda sezione, con la sentenza 302/2012, ha sostenuto che il contribuente non può essere sanzionato se non specifica nel ricorso il valore della lite, ma indica lo scaglione in cui rientra la controversia. La norma di legge, secondo i giudici, non richiede l'indicazione esatta del «quantum» contestato, perché la sua ratio è di consentire alle segreterie delle commissioni tributarie di verificare l'importo pagato dal ricorrente. La stessa Commissione (sentenza 239/2012) ha stabilito che non può essere irrogata la sanzione di 1.500 euro, se nel ricorso non viene dichiarato il valore della lite, purché il difensore lo abbia indicato nella nota di iscrizione a ruolo della controversia o in altri atti regolarmente sottoscritti. Quindi, è valida la dichiarazione di valore del procedimento resa al di fuori dell'atto introduttivo. Le sanzioni per mancato pagamento. Le segreterie delle commissioni hanno il compito di riscuotere il contributo unificato e irrogare le sanzioni in caso di omesso o parziale versamento delle somme dovute dal ricorrente. Entro 30 giorni dal deposito del ricorso o di altro atto processuale, infatti, le segreterie sono tenute a notificare al debitore l'invito al pagamento dell'importo dovuto con l'avvertenza che, in caso di inadempimento, verrà applicata una sanzione e il contributo sarà iscritto a ruolo, con addebito degli interessi al saggio legale. Il debitore per provare l'avvenuto pagamento, effettuato con il modello F23, deve depositare la ricevuta presso la segreteria entro 10 giorni. Trattandosi di un pagamento in seguito all'emanazione dell'invito da parte dell'ufficio giudiziario non sono dovute sanzioni e interessi. Se invece il debitore non paga entro 30 giorni dalla notifica dell'invito, al contributo vanno aggiunti gli interessi legali calcolati dalla data di deposito del ricorso. Solo nel caso in cui il contributo non venga versato o sia insufficiente, oltre agli interessi, al debitore va irrogata una sanzione amministrativa che va dal 100 al 200% del quantum dovuto. L'invito al pagamento deve essere notificato presso il domicilio eletto, anche a mezzo del servizio postale nelle forme previste dalla legge 890/1982. Non è esclusa la notifica anche tramite ufficiale giudiziario o messo comunale. (da Italia Oggi Sette del 18/06/2018)