Sanzionato il legale che chiede i danni al collega "corretto"

La pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione

Agisce in modo scorretto nei confronti del collega l'avvocato che chiede la condanna del legale della controparte (in solido con il cliente) alle spese e al risarcimento danni, per responsabilità aggravata, anche in assenza di dolo o colpa grave. Le Sezioni unite della Cassazione, con la sentenza 27200 del 16 novembre 2017, hanno respinto il ricorso di un avvocato contro la decisione del Consiglio dell' ordine degli avvocati locale (avallata dal Consiglio nazionale forense, Cnf) che gli aveva inflitto la sanzione dell' avvertimento. Una "punizione" meritata per aver invocato, in sede di giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, la condanna dell' avvocato di controparte, per risarcimento danni da responsabilità aggravata, come previsto dall'articolo 96 del Codice di procedura civile. Secondo i probi viri, però, nel processo era stata dimostrata la correttezza di quest' ultimo, tra l' altro risultato vittorioso. Il Consiglio dell' ordine (Coa) aveva contestato all'avvocato "accusatore" la violazione degli articoli 12 e 38 del regio decreto 1578\1933 (in riferimento all'articolo 22, primo capoverso, e all'articolo 23, primo capoverso, del codice deontologico) per non aver mantenuto nei confronti del collega un comportamento ispirato alla correttezza. A quel punto, per affermare l' illegittimità della sanzione, il ricorrente aveva cercato un appiglio giuridico, affermando di aver diritto all'applicazione della legge più favorevole - ovvero quella prevista dal nuovo codice deontologico forense - perché il procedimento che lo riguardava era collocabile nel tempo a cavallo tra le due norme. E sostenendo che la sua condotta, secondo il nuovo codice, non fosse punibile con la sanzione dell' avvertimento. La Suprema corte si è mostrata d' accordo sul fatto che le nuove norme vadano applicate anche ai procedimenti in corso, nel caso siano più favorevoli; ma ha smentito che il codice odierno sia meno "severo" sul punto. Come affermato correttamente dal Cnf, le violazioni contestate hanno un corrispondente nella nuova deontologia. In base all'articolo 46, infatti, l' avvocato «deve ispirare la propria condotta all'osservanza del dovere di difesa, salvaguardando, per quanto possibile, il rapporto di colleganza». Un precetto la cui violazione è punita con l'avvertimento. «Alla luce di tale previsione - si legge dunque nella sentenza delle Sezioni Unite - il dovere di difesa ha sempre la prevalenza, pur nel tentativo costante di salvaguardare il rapporto di colleganza». La Cassazione respinge dunque la tesi del ricorrente, secondo cui il Cnf, ritenendo applicabile l' articolo 46, ha di fatto "sdoganato" un cambio di contestazione in corsa, perché la lesione dei doveri di lealtà e di correttezza nel nuovo codice viene menzionata solo nel titolo primo e senza prevedere sanzione disciplinare. I giudici precisano che a modificarsi è stato solo il quadro normativo, mentre il fatto e l' accusa sono rimasti gli stessi. Non c' è quindi un «difetto di correlazione tra incolpazione e decisione, ma solo un problema di inquadramento giuridico del comportamento», nel passaggio dalle norme precedenti a quelle attuali. Per la Suprema Corte è però corretto l' operato del Coa, così come come del Cnf. L'obbligo di osservare il dovere di difesa, senza essere scorretto con il collega, è sovrapponibile al «più vasto ambito della lealtà e correttezza professionale», la cui violazione era stata contestata in prima battuta all'incolpato. (da Il Sole 24Ore del 27/11/2017)