Lavoro e dignità della persona: dove inizia la nostra storia

2/2019 MAGGIO - AGOSTO

di Pietro Curzio

Dove inizia la nostra storia? Da una partita a scacchi del 1996, quando il campione del mondo Kaspàrov fu sconfitto dal computer IBM Depp blue. Capimmo che le macchine non avrebbero sostituito solo le braccia dei lavoratori, ma anche il cervello, persino la creatività.

Inizia in un sottoscala di Dacca in Bangladesh, dove c'è un bambino che cuce una tomaia per un salario incomparabilmente più basso di quello delle operaie di Barletta o Cutrofiano, che un tempo vivevano di quel mestiere. Continua con la crisi economico-finanziaria degli ultimi dieci anni, che ha comportato l'effetto sorprendente, messo in luce da Thomas Piketty , per cui non solo i poveri sono divenuti più poveri ed il ceto medio è scivolato verso il basso perdendo le sue pacate certezze, ma i ricchi sono diventati più ricchi. La forbice delle disuguaglianze si è dilatata.

Questi fattori hanno avuto un impatto drammatico sulle condizioni di lavoro. La disoccupazione, specie dei giovani, in Europa ed in particolare in Italia, è a livelli altissimi. La cancellazione di posti e di intere professioni è incessante. Pochi giorni fa Amazon ha acquistato il brevetto italiano di una macchina inscatolatrice che fa saltare di colpo 1300 postazioni aziendali, e gli esempi analoghi potrebbero essere tanti. Alcuni analisti sostengono che le migliaia e migliaia di posti persi verranno compensati da nuovi lavori. Anche a voler condividere questa visione, appare chiaro che ciò non avverrà mediante un tranquillo deflusso tra vasi comunicanti.

La costruzione di nuove, più aggiornate, professionalità, richiede passaggi impegnativi, difficilmente percorribili senza adeguate risorse e un serio supporto istituzionale. E in questo il nostro paese è indietro. Il governatore della Banca d'Italia, pochi giorni fa nelle sue "Considerazioni finali", ha scritto: "L'Italia paga il prezzo di un contesto che - per qualità dei servizi pubblici e rispetto delle regole - è poco favorevole all'attività imprenditoriale. Risente di un ritardo tecnologico grave, frutto di una struttura produttiva frammentata e sbilanciata verso aziende che trovano difficoltà a crescere e a innovare. Subisce il peso delle distorsioni prodotte dall'evasione fiscale e quello del debito pubblico, che rende più costosi i finanziamenti per le famiglie, per le imprese e per le banche, oltre che per lo stesso Stato. Condizioni di costante incertezza comprimono gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie. Ne soffre il lavoro, cresce il disagio sociale".

Ma anche chi un lavoro ce l'ha vive grandi tensioni. La Gallego-Diaz, riflettendo sulla Spagna, ha dichiarato: "la crescita del paese si fonda sulla precarietà del lavoro. Contratti di pochi mesi, a volte di settimane. Questa incertezza esistenziale genera un sentimento di frustrazione molto profondo. La prima causa di permesso per malattia, fra chi ha tra i 30 e i 40 anni, è la depressione.

C'è un'intera generazione disincantata, disillusa” . In Francia, ai primi di maggio si è aperto un processo ai manager di France Telecom (oggi Orange) per pressioni nei confronti dei dipendenti durante il piano di ristrutturazione: nei primi due anni di quel programma in azienda vi sono stati 35 suicidi. Il lavoro è il "nervo scoperto" della nostra società. Il suo grande problema economico, sociale, politico. Ricostruendo la genesi dell'art. l Cost., Gustavo Zagrebelsky affermava: La devastazione del sistema finanziario nazionale ed internazionale che aveva portato alla crisi del '29, le politiche economiche recessive, le ondate di disoccupazione di massa, la miseria estesa a vastissimi strati delle popolazioni, il disagio sociale e la disperazione avevano aperto spazi· a populismi e demagogie, poi evolutesi in forme di autoritarismo e poteri dittatoriali.

I Costituenti furono consapevoli di ciò e misero il lavoro, "in tutte le sue forme" come propose di scrivere Aldo Moro, al centro della Costituzione. Si resero conto che la questione democratica è questione del lavoro, e di un lavoro libero e dignitoso. Scrive ancora Zagrebelsky: "Che cosa importa la democrazia se non è garantito un lavoro che permetta di affrontare i giorni della vita, propria e dei propri figli, e di affrontarli con un minimo di tranquillità? La democrazia non è solo questione di regole formali, ma di condizioni materiali dell'esistenza, come dice l'art. 3, cpv. Il lavoro è la prima di queste condizioni materiali” .

Ed oggi, come scrisse Gianni Garofalo, "esistono lavori che, per il basso reddito e soprattutto per la precarietà che producono nelle esistenze di chi lavora, costituiscono l'ostacolo cui si riferisce l'art. 3, cpv.” . Per affrontare questi problemi disponiamo di strumenti nobili, ma datati. Lo disse con lucidità premonitrice Gino Giugni, proprio qui a Bari in una prolusione del 1982, in cui prospettò la necessità di ripensare le categorie elaborate dalla grande tradizione culturale giuslavoristica che risale a Otto Kahn Freund e la scuola di Oxford, e più a ritroso a Hugo Sinzheimer e a Sidney e Beatrice Webb . Quest'autorevole tradizione culturale si confrontava con una fenomenologia del lavoro che oggi, e non da oggi, è profondamente cambiata. Ha avuto un ruolo fondamentale nel "secolo del lavoro" dando il meglio con l'espansione economica del dopoguerra ed ha raggiunto il suo apice con la legislazione di fine anni sessanta e primi settanta (Statuto dei lavoratori e processo del lavoro, che a distanza di cinquant'anni continuiamo a chiamare 'nuovo').

Poi, il mondo dei rapporti di lavoro ha cominciato a trasformarsi, sempre più vorticosamente, e le sue regole sono state riviste in maniera incalzante, quasi compulsiva, ma senza il sostegno di una cultura adeguata, con leggi ed interventi anche giurisprudenziali, disordinati, confusi, spesso contraddittori. La costruzione del diritto del lavoro è oggi come una casa dall'architettura stramba, con punte di rigidità o privilegi ingiustificati e ampie zone prive di tutela. Una casa che non contiene tutti i lavoratori, molti ne sono esclusi, spesso i più sfruttati. In questi due giorni, guidati da alcuni tra i maggiori studiosi della materia, vogliamo entrare in queste stanze, verificare qual è la situazione, ragionare sul futuro del lavoro e del suo diritto. Per questo abbiamo scelto la via di un convegno di portata generale, che faccia una ricognizione a 360 gradi sullo stato di una materia bellissima, che per molti di noi non è solo una professione, ma la passione di una vita.

Una passione che tanti giovani condividono e, pur tra molte difficoltà, rilanciano, come ci insegna la storia di Giulio Regeni, ricercatore di diritto sindacale, e Antonio Megalizzi, giornalista, ai quali sono dedicate queste mie brevi riflessioni.