Liberi professionisti o dipendenti? I giovani avvocati fra indipendenza, collaborazione e salariato

1/2018 GENNAIO - APRILE

Valeriano Vasarri

Il quesito è intrigante, ma non è facile darvi una risposta adeguata. E ciò anche perché la nuova legge professionale 31.12.2012 n.247 non si è posta il problema ed alla lettera d) dell’art.18 ha riaffermato acriticamente e seccamente il principio già sancito dalla legge del 1934 di incompatibilità della professione di avvocato “con qualsiasi attività di lavoro subordinato anche se con orario di lavoro limitato”. Sarebbe stato invece opportuno, prima di mantenere la rigida posizione di una legge risalente a 80 anni fa, eseguire una attenta ed accurata ricerca sul campo per verificare, numeri alla mano, se questa orgogliosa affermazione di principio trovasse ancora riscontro nella realtà.

Non sarebbe stata a tal fine inutile anche una ricerca in ambito europeo per confrontare la nostra situazione sia con quella di Stati a noi più vicini per regolamentazione della professione, sia con quella di stati con una diversa regolamentazione. Dei cinque paesi maggiori appartenenti alla UE, Germania, Francia, Inghilterra, Spagna ed Italia, quattro e cioè Francia, Spagna, Inghilterra e Germania ammettono e regolano la figura “dell’avocat salariè” (Francia), degli “abogados que prestan servicios en despachos de abogados” (Spagna), degli “employed solicitors” (Inghilterra), dei “Angestellte Rechtsanwalte und Syndikusrechtsanwalte “(Germania). L’Italia, come abbiamo visto, esclude in maniera categorica la possibilità di instaurare un rapporto subordinato. Per altro, sia la legislazione spagnola che quella francese, tradizionalmente più vicine a noi sotto il profilo dell’accesso alla professione, dedicano particolari attenzioni alla affermazione della natura ontologicamente libera ed indipendente della professione di avvocato senza distinzione fra autonomi e dipendenti e tali affermazioni non si discostano molto da quanto afferma l’art.2 della nostra nuova legge professionale.

Infatti, l’art.1 della L.31.12.71 n.71-1130 francese recita testualmente: “La profession d’avocat est une profession libèrale ed independant” mentre gli art.2 e 3 del R.D.658/2001 spagnolo trattano rispettivamente della indipendenza e della libertà di difesa. Tali norme sono del tutto conformi alla definizione che dell’avvocato dà l’art.2 della nuova nostra legge professionale, che afferma: “L’avvocato è un libero professionista che, in libertà, autonomia ed indipendenza svolge la attività di cui ai commi 5 e 6”. Gli ordinamenti spagnolo e francese quindi ritengono che la sussistenza di un rapporto di subordinazione o collaborazione di un avvocato con altro avvocato singolo, o con associazione o società di avvocati, non sia incompatibile con la sua indipendenza e libertà. Sul come i colleghi francesi siano giunti alla risoluzione del problema, possiamo vederlo esaminando l’art.14 dello statuto dell’avvocato. In esso si afferma che “Le salariat est un mode d’exercice professionel dan lequel il n’existe de lien de subordination che pour la determination de travail”. Sulla base di questa affermazione di principio hanno stabilito che gli avvocati sia salariati, che collaboratori devono poter esercitare la professione in condizioni che garantiscano:

a) il diritto alla formazione, vuoi permanente che diretta alla acquisizione di una specializzazione;

b) il segreto professionale e l’indipendenza che sono impliciti nel giuramento prestato dall’avvocato;

c) la facoltà per il salariato o collaboratore di essere esonerato da un incarico contrario alla sua coscienza;

d) la possibilità per il collaboratore di costituirsi e sviluppare una clientela personale senza contropartita finanziaria.

Il contratto poi deve essere stipulato per scritto e depositato presso l’Ordine e lo statuto dell’avvocatura contiene penetranti regole da osservarsi nella sua redazione. La Spagna, dal canto suo, ha promulgato uno specifico Real Decreto recante il n.1331/2006 per regolare “la relacion/laboral de caracter especial de los abogados, individuales o collectivos”. In tale complesso e completo decreto che è composto da ben 25 articoli il legislatore spagnolo nella premessa si profonde nel mettere in luce la natura speciale di questo rapporto di lavoro (relacion laboral) che la distingue nettamente dal comune rapporto di lavoro subordinato (relacion laboral comun) regolata dallo ‘Estatudo de los trabajadores”. Mette pertanto in luce che l’ambito in cui si svolge il rapporto di lavoro forense è compreso in una sorta di relazione triangolare fra titolare dello studio, cliente ed avvocato subordinato, che, senza dubbio, condiziona lo svolgimento del rapporto lavorativo tra gli avvocati e gli studi. L’avvocato è infatti sottoposto alle norme comportamentali proprie della professione e ciò implica che debba essere riconosciuto agli avvocati dipendenti un sufficiente grado di autonomia, indipendenza tecnica e flessibilità nella organizzazione del lavoro che loro viene affidato e di converso che essi lo svolgano con particolare e specifica diligenza nel rispetto dei termini processuali ed infine con un più pregnante rispetto dei principi di buonafede e colleganza tra titolare/i e dipendente ed un severo regime di incompatibilità e di divieti che impediscano l’insorgere di conflitti di interesse. Come si può vedere da quanto sopra esposto, non appare impossibile regolare un rapporto di dipendenza nell’ambito professionale rispettando i principi di indipendenza ed autonomia che sono alla base dell’esercizio della professione forese.

Per quanto riguarda lo stato dell’arte nel nostro paese, già la commissione per la riforma dell’assistenza della Cassa ebbe, nel precedente Comitato, ad affrontare il problema, seppur ad altri fini. In accordo con il nostro ufficio attuariale ritenne di poter individuare nel rapporto Iva/Irpef un criterio sufficientemente attendibile per evidenziare le collaborazioni professionali di tipo parasubordinato. Infatti, un tal tipo di rapporto esclude, ontologicamente, un concorso nelle spese di studio da parte del collaboratore per cui vi è un divario ridotto, se non talora nullo, fra volume d’affari e reddito netto. Per poter individuare un corretto parametro di valutazione, si ritenne che il dato in possesso della Cassa da considerarsi pressoché privo di influenze derivanti da accordi particolari, fosse quello delle dichiarazioni fornite dalle associazioni professionali (mod.5 bis). In esse infatti il reddito complessivo da distribuire agli associati è frutto di una operazione di sottrazione delle spese totali dal volume d’affari globale con distribuzione del reddito netto ai singoli associati in relazione alla loro percentuale di partecipazione. In quella occasione furono esaminati i dati relativi alle 6384 associazioni che avevano inviato il mod.5 bis. Risultò un volume complessivo d’affari di 2762 milioni di euro contro un reddito di 1719 milioni. Il rapporto era dunque di 1,62/1 cioè ogni € 100 di incasso € 38 di spese e € 62 di reddito.

Tale criterio poteva costituire una base di partenza, ma doveva essere ulteriormente affinato considerando che le associazioni o società di avvocati hanno normalmente una dimensione non minimale, possibile invece per studi individuali nei quali il titolare può ridurre le spese al minimo indispensabile facendo a meno di personale dipendente e lesinando sul resto. Si ritenne perciò che il rapporto minimo al di sotto del quale uno studio indipendente anche se minimo non potesse scendere, fosse ragionevolmente da determinare nel 120/100 e cioè ogni 100 di incassi 17 di spese e 83 di reddito. Per altro, l’afflusso di un numero rilevante di nuovi iscritti intervenuto per effetto della obbligatorietà della iscrizione alla Cassa di tutti gli iscritti all’albo induce, per avere un più sicuro parametro di indagine a ridurre ulteriormente il rapporto Iva/Irpef al fine di individuare con maggiore approssimazione il numero dei colleghi che esercitano, di fatto, la professione alle dipendenze o in collaborazione con altri colleghi, onde determinare l’ampiezza del fenomeno. Abbiamo chiesto al nostro Ufficio Attuariale di estrapolare il numero degli iscritti che denunziano un reddito pari o di poco inferiore o superiore (500 Euro) al volume di affari suddividendoli in varie classi reddituali da zero a oltre € 40.000,00. L’indagine ha riguardato il triennio 2011/2013 precedente all’entrata in vigore della nuova legge ed il triennio posteriore 2014/2016. Il risultato è riportato qui di seguito.

 

 

Esaminando i tabulati possiamo constatare che sia per il periodo anteriore alla l.247/12 che per il periodo successivo, le dichiarazioni  che corrispondono ai parametri richiesti (+ o – 500€ di divario fra Iva ed Irpef) sono concentrate nei redditi sino a € 20.000 annui e decrescono rapidamente nei redditi da 20 a oltre 40.000€. Per il triennio antecedente alla nuova legge troviamo circa il 2% di denunzie con un reddito pari a zero difficili da interpretare ed un 7/8% (per circa 13.000 unità )che rientrano nei parametri previsti.

La nuova legge ha portato un forte aumento sia delle denunzie con reddito pari a zero, passate al 5/6% (pari a circa 17.000 unità), sia delle denunzie che corrispondono ai parametri (14/15% pari, per il 2016, a circa 30.000 unità).Da questa analisi emerge, da un lato, un inspiegabile 5/6% di denunzie reddituali pari a zero e, dall’altro, un 15/16% pari a circa 30.000 iscritti che, rientrando nei parametri, possono con una certa sicurezza essere individuati come avvocati parasubordinati. Sul numero totale di 239.848 iscritti al 31.12.2016, essi rappresentano quindi circa il 13%. Il fenomeno appare dunque tutt’altro che trascurabile e merita un approfondito esame.

Prima di tutto occorre decidere se sia ancora attuale vietare la costituzione di un rapporto di dipendenza o di collaborazione regolamentata tra avvocati, fermo naturalmente il divieto di instaurare rapporti di subordinazione  anche a tempo parziale di diversa natura.Come abbiamo visto, secondo il pensiero dell’Avvocatura dei principali paesi europei, la costituzione di un rapporto subordinato, fatti salvi alcuni principi generali ben elencati nella normativa sia francese che spagnola, non appare contraria ai principi di libertà ed indipendenza propria della professione forense. Vi sono per altro aspetti, come quello previdenziale, che andranno studiati con attenzione per armonizzarli con la previdenza degli avvocati che esercitano in proprio, ma tali problemi non sembrano insuperabili. In compenso si otterrà di fare chiarezza su certi tipi di collaborazione specialmente quelli instaurati tra grandi studi e giovani avvocati, che vedono questi ultimi spesso sottoposti a condizioni non consone alla dignità professionale dell’avvocato.