Pace contributiva e ricadute previdenziali

1/2019 GENNAIO - APRILE

Di Nunzio Luciano

Negli ultimi mesi la legislazione Statale ha operato numerose “invasioni di campo” rispetto all'autonomia degli Enti di Previdenza Privati, con discutibili interventi sia nel merito sia, soprattutto, nel metodo.

Ci riferiamo, in particolare, alla legislazione emergenziale in tema di “pace fiscale e contributiva”.

A seguito di questi interventi, per i quali le Casse hanno sollevato numerosi dubbi di Costituzionalità, si è anche creata notevole confusione tra gli iscritti che fanno fatica ad orientarsi tra le varie norme che si sono succedute nel tempo e a valutarne la convenienza. In questo editoriale cercheremo di illustrare i vari istituti e le ricadute previdenziali nei confronti degli iscritti che intendessero avvalersene. Innanzitutto, l’articolo 4 del D.L. n. 119/2018, convertito nella l. n. 136/2018, ha previsto, al comma 1, lo stralcio dei debiti residui fino a mille euro, all’entrata in vigore del decreto, comprensivi di capitale, interessi e sanzioni, affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2010. L’annullamento doveva essere effettuato d’ufficio dagli agenti della riscossione alla data del 31/12/2018 e comunicato agli enti creditori per l’eliminazione delle relative scritture contabili. Il Consiglio di Amministrazione ha deliberato di non ritenere applicabile a Cassa Forense l’art. 4 del D.L. 119/ 2018, dandone comunicazione all’Agenzia delle EntrateRiscossione, con apposita diffida. In attuazione di tale delibera, l’Ente ha inviato all’Agenzia delle Entrate Riscossione formale diffida dal procedere ad annullamenti aventi ad oggetto importi iscritti nei predetti ruoli, ex art. 4 del D.L. n. 119/2018. L’Agenzia ha riscontrato negativamente la diffida della Cassa precisando che avrebbe proceduto all’annullamento delle quote, nonché a chiedere il rimborso delle spese per le procedure esecutive maturate in relazione alle quote annullate ex lege.

A questo punto, il Consiglio di Amministrazione, tenuto conto che nel caso in cui si fosse ritenuta applicabile la normativa in oggetto, i relativi crediti, nei confronti dei singoli professionisti, avrebbero dovuto essere annullati anche per quote riferite a contributi, con conseguenze negative a fini previdenziali, ha deliberato di proporre azione giudiziale, anche con ricorso ex art. 700 c.p.c., nei confronti di Agenzia delle Entrate Riscossione. Le prime pronunce giurisprudenziali (Tribunale di Roma e Tribunale di Palermo, su ricorsi ex art. 700 c.p.c.) hanno dato ragione alla tesi della Cassa, e intimato all’Agenzia delle Entrate di continuare la riscossione dei crediti in questione. Attendiamo, sul punto, sentenze di merito che confermino l’orientamento espresso in sede cautelare circa l’inapplicabilità della norma nei confronti di Cassa Forense. Diverso è l’istituto introdotto dall’art. 3 del D.L. n. 119/ 2018, convertito nella l. n. 136/2018, che prevedeva la definizione agevolata, previa apposita istanza da presentare all’Agente della riscossione entro il 30 aprile 2019, per i carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017, senza la corresponsione delle sanzioni e degli interessi di mora.

In merito all’applicabilità della disciplina prevista dalla c.d. “definizione agevolata” o “rottamazione ter” alla Cassa, il Consiglio di Amministrazione si era già pronunciato favorevolmente in occasione dei precedenti provvedimenti normativi (c.d. “rottamazione” e “rottamazione bis”), anche sul presupposto che la normativa in questione salvaguarda, comunque, il pagamento di tutti i contributi dovuti, limitandosi ad annullare le somme richieste per sanzioni. Per chi abbia aderito alla definizione agevolata di cui trattasi, non vi sono, pertanto, controindicazioni in tema di validità degli anni a fini pensionistici come, invece, per la normativa esaminata in precedenza (annullamento di cartelle sotto i mille euro) o per il c.d. “saldo e stralcio” di cui si parlerà in prosieguo. Nel momento in cui questo articolo va in stampa si parla di una possibile riapertura dei termini, mediante un prossimo provvedimento legislativo, per la presentazione delle domande di definizione agevolata. Chi fosse interessato è invitato a seguire l’evoluzione del provvedimento che, tra quelli recentemente emanati, appare l’unico senza controindicazioni in termini previdenziali.

C’è da segnalare, infine, come il comma 185 dell’art. 1 della legge 145/2018 (legge di bilancio 2019) ha previsto la possibilità, per gli iscritti alle Casse professionali con reddito ISEE inferiore ai 20.000,00 euro, di estinguere l’intera cartella mediante un pagamento forfetario nella misura del 16, 20 o 35 per cento dell’intero carico, EDIT O RIALE 1⁄ 2019 GENNAIO-APRILE senza alcuna distinzione tra contributi, sanzioni e interessi. Oltre ai numerosi profili di incostituzionalità che la norma presenta, va sottolineato come il mancato, integrale, pagamento dei contributi si rivelerebbe un danno per gli stessi beneficiari del provvedimento, in quanto l’anno di iscrizione non potrebbe considerarsi valido ai fini pensionistici non essendo coperto dall’intera contribuzione dovuta.

Ma c’è di più, l’art. 1, comma 185, della legge n. 145/2018 prevede la possibilità di estinzione dei debiti affidati all’agente della riscossione dal 2000 al 2017 derivanti, tra l’altro, dall’omesso versamento dei contributi dovuti dagli iscritti alle Casse previdenziali professionali, con “esclusione di quelli richiesti a seguito di accertamento”. Con specifica diffida inviata all’Agenzia delle Entrate Riscossione, Cassa Forense ha precisato di provvedere all’iscrizione a ruolo delle quote di propria competenza solo a seguito di specifico accertamento, in esito ad apposita procedura disciplinata normativamente. Difatti il Regolamento delle Sanzioni prevede che in caso di inadempimento agli obblighi contributivi, la Cassa ne dia avviso al professionista con lettera raccomandata o atto equipollente, specificando gli importi dovuti, maggiorati di sanzioni ed interessi.

Avverso detta comunicazione l’interessato può proporre opposizione nel termine di 60 giorni e qualora l’interessato non faccia pervenire osservazioni ovvero le stesse non escludano l’inadempimento, il succitato avviso acquista efficacia di accertamento definitivo e la Cassa provvede all’iscrizione a ruolo della contribuzione omessa, maggiorata da sanzioni e interessi. Unica eccezione a questo modus operandi ha riguardato i contributi minimi relativi al periodo 2000/2003, all’epoca riscossi direttamente tramite ruolo senza specifica procedura di accertamento. Alla luce di quanto sopra, il Consiglio di Amministrazione ha ritenuto inapplicabile alla Cassa Forense la procedura di estinzione dei debiti di cui all’art. 1, commi da 184 a 198, della legge 145/2018, con riferimento a tutti i contributi iscritti a ruolo salvo che i contributi minimi relativi agli anni 2000/2003. La diffida in tal senso inviata all’Agenzia ha avuto riscontro positivo con impegno ad attenersi alle disposizioni ricevute, limitando l’applicabilità della norma sul “saldo e stralcio” ai soli contributi minimi 2000/2003. La norma, pertanto, riguarda solo marginalmente gli iscritti alla Cassa.

Per fortuna, a quanto oggi risulta, l’utilizzo della norma sul “saldo e stralcio” da parte di avvocati iscritti è risultata molto limitata mentre più elevata è stata l’adesione alla definizione agevolata di cui all’art. 3 del D.L. 23/10/ 2019, n. 119, sicuramente più conveniente in termini previdenziali. Resta la questione di fondo relativa al fatto che Cassa Forense è una fondazione di diritto privato, avente autonomia gestionale, organizzativa e contabile sulla base del D.lgs. n. 509/94, così come confermato da recenti sentenze sia della Corte Costituzionale sia della Corte di Cassazione (e multis, Corte Cost. n. 67/2018 e n. 254/2016; Cass. N. 3461/2018; n. 19981/2017). La normativa in questione, pertanto, presenta diversi profili di incostituzionalità per i quali la Cassa si riserva di agire giudizialmente. Ciò in quanto il legislatore non ha tenuto conto né dell’autonomia delle Casse previdenziali professionali né del sistema di autofinanziamento che regola i detti Enti, caratterizzati da funzioni previdenziali e assistenziali sottoposte al rigido principio del sinallagma tra risorse versate dall’iscritto e prestazione erogata. Al riguardo, appare evidente come l’imposizione di assicurare l’equilibrio economico-finanziario per cinquanta anni prevista dalle norme di riferimento sia ovviamente incompatibile con una legge dello Stato che contempli l’annullamento di parte del gettito, senza tener conto, tra l’altro, che il mancato pagamento della contribuzione inciderebbe negativamente sul riconoscimento dei futuri trattamenti previdenziali.

Al riguardo, si osserva che, recentemente, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 7 del 2017, con cui è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 8, comma 3, del Dl.l. 6/7/2012, n. 95 (recante la disciplina sulla c.d. “spending review”) ha rilevato come proprio una ponderazione delle esigenze di equilibrio della finanza pubblica tenda inevitabilmente verso la soluzione di non alterare la regola secondo cui i contributi degli iscritti agli enti categoriali privati devono assicurarne l’autosufficienza della gestione e la resa delle future prestazioni, in presenza di un chiaro divieto normativo al3 LA PREVIDENZA FORENSE l’intervento riequilibratore dello Stato (ai sensi dell’art. 1 del D.lgs. n. 509/94). Contiamo sul fatto che i futuri interventi del legislatore possano essere più rispettosi dei principi sanciti dalla Corte Costituzionale e dell’autonomia riconosciuta per legge agli Enti di Previdenza privati.