Corte Appello di Napoli, 25.6.2019 n. 2876

3/2019 SETTEMBRE - DICEMBRE

CORTE APPELLO NAPOLI, 25.6.2019 n. 2876; Pres. Guarino, Est. Basso, Cantore (Avv. Ragozzini) c. Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense (Avv. Colicchio).

Avvocato – Previdenza – Pensione di vecchiaia contributiva – Base pensionabile – Computo contributo solidarietà del 3% oltre il tetto reddituale e contributo integrativo – Esclusione.

Per il calcolo della pensione di vecchiaia contributi vasi prendono in considerazione le somme versate a titolo di contributo soggettivo corrisposto entro il c.d. tetto reddituale – ratione temporis del 10% – senza tenere in considerazione la rimanente quota di contribuzione del 3% sul residuo reddito né il contributo integrativo del 4%.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’appello è infondato e pertanto deve essere rigettato. In punto di fatto deve premettersi che l’avv. Cantore è titolare di pensione minima di anzianità a carico dell’INPDAP dal 1981, è iscritto all’albo professionale ed alla Cassa dal 1982, è titolare – a seguito di specifica domanda ai sensi dell’art. 4 Regolamento Generale della Cassa – dall’1.02.2005, di pensione c.d. contributiva (pensione che spetta a chi abbia compiuto 65 anni e maturato almeno 5 anni di contribuzione, ma meno di 30 anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa Forense), per l’importo mensile lordo iniziale di € 1.109.12 (importo annuale lordo di € 14.418,62).

Tale importo è stato, successivamente, rideterminato (v. Delibera della Giunta Esecutiva della Cassa Forense del 22.02.2007), sempre con decorrenza dall’1.02.2005, nell’importo mensile lordo di € 1.142,07 (importo annuale lordo di € 14.846.96), sulla base di n. 24 anni validi di iscrizione.

La determinazione del suddetto importo è avvenuta in applicazione dell’art. 4, co. 4 del Regolamento della Cassa, prendendo in considerazione le somme versate a titolo di contributo soggettivo corrisposto – entro il c.d. tetto reddituale – nella misura del 10%, senza tenere in considerazione la rimanente quota di contribuzione del 3% sul residuo reddito né il contributo integrativo del 4%: tali contributi pensionabili, a seguito dell’applicazione dei coefficienti di capitalizzazione, hanno comportato un montante contributivo pari ad euro € 230.421,49.

L’avv. Cantore, anche dopo il conseguimento della suddetta pensione c.d. di vecchiaia contributiva a carico della Cassa Forense, ha continuato nello svolgimento di un’attività professionale e, pertanto, ha versato i contributi in base al reddito derivante dalla prosecuzione di tale attività. Sul punto va evidenziato che, successivamente alla maturazione dei supplementi, gli è stata richiesta una contribuzione in misura notevolmente ridotta rispetto agli avvocati che non sono titolari di pensione e ai pensionati che non hanno ancora maturato i supplementi, ai sensi del combinato disposto dell’art. 8, co. 7, Regolamento per le prestazioni previdenziale della Cassa Forense e degli artt. 2, co. 4 e 6, co. 8. Regolamento dei contributi nonché dell’art. 18, d.l. n. 98/2011, conv. in l. n. 111/2011. È, inoltre, allegato dalle parti, che – come da sua richiesta – è stato concesso, un primo supplemento biennale di pensione, a decorrere dall’1.02.2007, per un importo mensile lordo pari ad € 86.52 (importo annuale lordo di € 1.124,709 in considerazione del reddito prodotto negli anni 2006-2007 e quindi un supplemento triennale di pensione a decorrere dal 1.2.2010, per un importo mensile lordo pari ad € 178,80 (importo annuale lordo di € 2.324,43) in considerazione dei redditi prodotti negli anni 2008, 2009 e 2010.

Anche gli importi dei supplementi biennali sono stati determinati con le medesime modalità di calcolo della pensione. Fatta tale precisazione, in punto di diritto vanno disattese tutte le doglianze dell’appellante. Appare, infatti, che la motivazione resa dal giudice di primo grado sia correttamente argomentata sulla base delle prospettazioni delle parti: non si riscontrano, invero, quelle violazioni del contradditorio lamentate dall’odierno appellante. Con la prima doglianza l’appellante lamenta che il giudice avrebbe deciso la controversia sulla base del Regolamento della Cassa approvato con decreto interministeriale del 30.06.2016 e, pertanto, inapplicabile alla fattispecie concreta ratione temporis, oltretutto violando il principio del contradditorio: il giudice in sostanza, avrebbe deciso senza prima invitare le parti alla discussione.

La doglianza è totalmente destituita di fondamento. Ed invero, la piana lettura della motivazione della motivazione della sentenza impugnata evidenzia che il Tribunale ha individuato la disciplina applicabile al caso di specie innanzitutto evidenziando che la Cassa convenuta è stata trasformata ex D. Lgs. 509/1994 – in ente privato con autonomia gestionale, organizzativa e contabile (artt. 1 e 2) e con obbligo di assicurare l’equilibrio del bilancio (art. 2 comma 2.) Ha, quindi, richiamato il disposto della L. 335/1995 che ha radicalmente mutato il sistema pensionistico dettando dei principi di carattere generale applicabili anche sistema pensionistico gestito dalla Cassa e ha, in particolare, fatto riferimento al disposto dell’art 3 comma 12 proprio relativo alle pensioni a carico delle Casse privatizzate. Ha, infine, rimarcato – richiamando autorevoli precedenti (Cass. 24202/2009) – il carattere pubblicistico dell’attività di previdenza ed assistenza sebbene svolto dalle Casse privatizzate e la loro autonomia per la disciplina del rapporto contributivo ferma restando l’obbligatorietà della contribuzione. Contrariamente a quanto sostenuto dall’appellante, il giudice ha applicato alla fattispecie in esame il Regolamento per le prestazioni previdenziali, artt. 4 e 8 “nel testo applicabile ratione temporis” (v. pag. 7 della sentenza impugnata). Ed è correttamente arrivato alla conclusione che “il montante contributivo non è composto dalla totalità dei contributi versati, ma soltanto dal contributo soggettivo relativo al primo scaglione di reddito, con esclusione, quindi del contributo soggettivo per il reddito eccedente il limite suddetto del contributo integrativo e del contributo di maternità”.

Detta conclusione ha tratto il Tribunale dal disposto dell’art. 8 del Regolamento evidenziando che il permanere di una parte dell’obbligo contributivo è strettamente connesso alla prosecuzione della professione. La determinazione di tale obbligo andava effettuata alla luce del disposto dell’art. 18 comma 11 DL 98/2011 conv. In L. 111/2011. È ben vero che viene anche richiamato il disposto dell’art. 8 comma 7 del nuovo regolamento, ma ciò al solo ed esclusivo fine di corroborare le motivazioni sottese alla decisione, evidenziandosi la differente regolamentazione, come desumibile dall’utilizzo del termine “invece” (v. pag. 8 della sentenza impugnata). Quanto agli altri motivi di doglianza, anch’essi infondati, appare opportuna una trattazione unitaria delle varie questioni al fine di verificare la fondatezza delle domande proposte in primo grado e delle soluzioni adottate dal giudice.

Orbene, deve ritenersi certamente legittima la norma regolamentare della Cassa in virtù della quale è stata calcolata la pensione di vecchiaia contributiva del ricorrente e, conseguentemente i supplementi di pensione allo stesso riconosciuti. Infatti, va premesso che la Cassa Forense rientra tra gli “Enti privatizzati” di cui al d. lgs n. 509/1994, che ha trasformato i precedenti Enti pubblici in Enti di diritto privato, stabilendo però, all’art. 1, co. 3, che rimane ferma l’obbligatorietà della iscrizione dei professionisti alle rispettive Casse e la relativa contribuzione. Agli enti privatizzati è stata riconosciuta ampia autonomia nella gestione economico-finanziaria, che deve assicurare l’equilibrio di bilancio (art. 2, co.2), con la conseguenza che essi devono essere liquidati qualora non riescano a mantenere un equilibrio gestionale e finanziario (art. 2 co 4 e 5).

Tale normativa, pertanto, stabilisce che gli enti privatizzati hanno poteri di autonomia non soltanto relativi agli investimenti e alla gestione complessiva dell’ente, ma anche in ordine alle contribuzioni pretese e alle prestazioni erogate. Nella specie, con riferimento alle prestazioni, è prevista la modificabilità del regime delle prestazioni (art. 4, co. 3). Il regime delle prestazioni erogate dalla Cassa, dunque, è variabile (con l’approvazione dei Ministeri vigilanti) in ragione del mantenimento dell’equilibrio finanziario e, ovviamente, del miglior trattamento da riservare agli iscritti.

Nell’ambito dell’autonomia riconosciuta dal suddetto d. lgs n. 509/1994 alle Casse privatizzate, la normativa di riforma del sistema pensionistico obbligatorio sancito dall’art. 3, co. 12 L n. 335/1995 ha confermato in capo alle Casse, anche al fine di garantire l’equilibrio finanziario della gestione, il potere dovere di adottare deliberazioni in materia di prestazioni e contribuzioni con la potestà di incidere su ogni criterio di determinazione dei trattamenti pensionistici e con facoltà di optare per il sistema contributivo. Proprio in virtù di tale normazione, con l’art. 4 Nuovo Regolamento Generale è stata stabilità l’erogazione della pensione contributiva agli 269 iscritti che abbiano raggiunto i sessantacinque anni di età e versato più di cinque anni di contribuzione, ma meno di trenta anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa. Ciò in adeguamento alla norma di cui all’art. 1 co. 6 L n. 335/1995 (“L’importo della pensione annua nell’assicurazione generale obbligatoria e nelle forme sostitutive ed esclusive della stessa, e determinato secondo il sistema contributivo...”) e in conformità con il nuovo sistema contributivo posto dalla L n. 335/1995. Infatti, l’art. 3 co. 12 ultima parte L. n. 335/1995, dispone che: “Gli enti [previdenziali privatizzati] possono optare per l’adozione del sistema contributivo definito ai sensi della presente legge”. Con tale riforma la Cassa Forense ha introdotto anche la c.d. pensione di vecchiaia contributiva (che è quella di cui gode l’Avv. Cantore e che spetta ai sensi dell’art. 4, co. 2, Regolamento Generale – così come modificato dalla delibera del 23.7.2004 e recentemente confermata anche nel nuovo Regolamento delle Prestazioni, di cui alla Delibera dei Delegati 23/26 marzo 2009, all’art. 8 – agli iscritti che abbiano compiuto 65 anni e maturato almeno 5 anni di contribuzione, ma meno di 30 anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa Forense), prestazione del tutto diversa dalla pensione di vecchiaia (spettante esclusivamente a chi abbia compiuto 65 anni di età ed almeno 30 anni di effettiva iscrizione e contribuzione).

Sul punto e con riferimento alla pensione di vecchiaia contributiva l’art. 4 nuovo Regolamento delle prestazioni, con riferimento alla determinazione della quota base, al comma 3, nel calcolo della media dei redditi professionali da prendere in considerazione, include solo “la parte di reddito professionale compreso entro il tetto reddituale di cui all’art. 2, comma 1, lettera a) del Regolamento dei contributi”, e cioè la parte gravata dalla contribuzione del 10%. Dunque la c.d. pensione di vecchiaia contributiva introdotta dalla Cassa Forense, ha attivato uno specifico regime contributivo con sostanziale corrispettivo tra trattamento contributivo e trattamento previdenziale: relativamente all’attività professionale ridotta nel tempo, è prevista l’erogazione della prestazione previdenziale. Conformemente ai principi della L. n. 335/1995, viene garantita una tendenziale corrispettività tra contributi versati e prestazione erogata: vi è un’aliquota del 10% [di cui all’art. 10, co. 1, lett. a) L n. 576/1980] ed al tempo stesso a ogni tipo di attività, anche se residuale, viene assicurata una copertura assicurativa, mentre non vengono considerati ai fini del calcolo della pensione, anche nel sistema contributivo, il contributo soggettivo del 3% di cui all’art. 10, co. 1 lett. b) L n. 576/1980 ed il contributo integrativo di cui all’art. 11 L. n. 576/1980. Non può, pertanto negarsi che la normativa regolamentare della Cassa sia conforme ai principi di cui alla L. n. 335/1995, ivi compresi quelli di proporzionalità e corrispettività.

Tuttavia è opportuno sottolineare che il principio di corrispettività introdotto dalla L. n. 335/1995 non implica una perfetta ed esatta corrispondenza tra quanto versato e quanto percepito come prestazione previdenziale, ma solo una tendenziale corrispettività: e tale tendenziale corrispettività risulta rispettata dalla norma regolamentare della Cassa, che considera come montante contributivo i contributi versati ex art. 10 co. 1 lett. a) L n. 576/1980. D’altro canto, come evidenziato anche dal Tribunale, non bisogna trascurare la natura solidaristica di alcuni contributi, calcolati in percentuale inferiore oltre il massimale contributivo utile ai fini pensionistici. Circa la legittimità dell’introduzione della pensione di vecchiaia contributiva da parte della Cassa, quale espressione dei poteri regolamentari attribuitile dalla legge e del calcolo della stessa limitato al contributo soggettivo del 10% versato in base al reddito entro il c.d. tetto reddituale, si è espressa questa stessa Corte (sent. n. 397/2016 e n. 3874/2014).

In particolare, è stato evidenziato che “La pensione contributiva dell’avv […] è regolata dall’art. 4 Regolamento con il già citato testo di cui alla delibera del 23 luglio 2004 che nell’istituire la c.d. pensione contributiva, ha attivato uno specifico regime contributivo, che determina una sostanziale corrispettività tra trattamento contributivo e trattamento previdenziale. Infatti a fronte di un’attività professionale ridotta nel tempo – nel caso di specie poco più di vent’anni – la normativa prevede l’erogazione della prestazione previdenziale. Tanto si trova in allineamento con i principi della legge n. 335/1995, in quanto la tendenziale corrispettività fra contributi versati e la prestazione erogata viene rispettata con riferimento all’aliquota del 10% (nel testo in questione si legge “considera solo la parte del reddito professionale soggetto ai contributi di cui all’art. 10, primo comma, lettera a) della legge n. 576/80) ed al tempo stesso tale disciplina fa sì che ogni tipo di attività, anche se residuale, abbia una propria copertura assicurativa. In sostanza l’avere confermato in sede di riforma un carattere solidaristico della quota contributiva del 3% con la sua specifica esclusione dell’utilizzo a fini pensionistici attua i principi della legge n. 335/1995 e non lo stravolge”.

Ma la stessa Suprema Corte ha ribadito più volte il principio secondo cui “in materia di trattamento previdenziale gli enti previdenziali privatizzati nell’esercizio della propria autonomia, che li abilita a derogare ed abrogare disposizioni di legge in funzione dell’obbiettivo di assicurare equilibrio di bilancio e stabilità delle rispettive gestioni, possono adottare misure prevedenti, fermo restando il sistema retributivo di calcolo della pensione, la facoltà di optare per il sistema contributivo a condizioni di maggior favore per gli iscritti stabilendo al contempo la non restituibilità dei contributi legittimamente versati con abrogazione della precedente disposizione di cui alla L n. 570 del 1980 del 1980 art. 21 nel rispetto dei limiti dell’autonomia degli enti quali la previsione tassativa dei tipi di provvedimento che gli enti sono abilitati ad adottare ed il principio del pro-rata senza che ne consegua la lesione dei diritti quesiti o di legittimare aspettative e dell’affidamento nella certezza del diritto e nella sicurezza giuridica.

Al riguardo è stato infatti osservato che è coerente con la facoltà di optare per il sistema contributivo in quanto comportante un palese ampliamento dell’area di utilizzabilità a fini pensionistici dei contributi versati legittimamente alla Cassa la contestuale previsione art. 1 comma 1 del regolamento della Cassa della non restituibilità dei contributi medesimi, pertanto, al pari della opzione per il contributivo la previsione della non restituibilità dei contributi risulta rispettosa dei limiti dell’autonomia degli enti previdenziali privatizzati e come tale idonea ad abrogare tacitamente la contraria previsione di cui alla L n. 570 del 1980 art. 21 del diritto alla restituzione dei contributi non utilizzabili a fini pensionistici. Né può derivarne la lesione di diritti quesiti (presupponente la loro maturazione prima del provvedimento ablatorio, ovvero di legittima aspettativa o dell’affidamento sulla certezza del diritto e nella sicurezza giuridica posto che la previsione della non restituibilità dei contributi legittimamente versati risulta coerente, da un lato con la regola generale e, dall’altra con la previsione contestuale della facoltà di optare a condizione di maggior favore per il sistema contributivo di calcolo della pensione (Sent. N. 19981/2017).”

Quanto al contributo integrativo di cui all’art. 111 n. 576/1980 nella misura del 4%, incombente anche sui professionisti iscritti solo all’Albo professionale e non anche alla Cassa, esso deriva dalla prestazione professionale resa ed il professionista può ripeterlo nei confronti del cliente (cfr. Cass. Civ. sez. lav. n. 5376/2019) ed è “quindi ‘sterile’ perché non produttivo di alcuna prestazione per il soggetto tenuto al pagamento e con finalità meramente solidaristiche” (cfr. Cass. Civ. sez. lav. nn. 5376/2019 e 32167/2018). Analogamente anche il contributo soggettivo del 3% di cui all’art. 10 co 1 lett. b) L n. 576/1980, ha natura solidaristica es lege, (art. 2 L n. 576/1980), come confermato dalle sentenze della Corte Costituzionale n. 132/1984 e n. 173/1986: nel dichiarare, sotto il profilo del carattere solidaristico della previdenza forense, manifestamente infondata la sollevata questione di legittimità Costituzionale riferita alla pretesa incostituzionalità del combinato disposto dell’art. 10 co 1 lett. b) e dell’art. 2 co 2 e 5 L n. 576/1980, in riferimento agli artt. 2,3 e 38 Cost. è stato evidenziato che il sistema previdenziale forense è informato prevalentemente al principio solidaristico e a quello mutualistico. Venendo il rischio ripartito in base al criterio della maggior capacità contributiva: “il sistema ha abbandonato la tecnica propria del tipo “mutualistico” dell’accreditamento dei contributi in conti individuali per dar luogo a una gestione collettiva dei contributi stessi ed ha abbandonato anche il connesso criterio della proporzionalità delle pensioni ai contributi per dar luogo ad un trattamento pensionistico di categoria che rientra, quanto ai mezzi ai fini “nel quadro generale dell’adempimento dei doveri di solidarietà che richiama l’art. 2 Cost.” E ne è stata tratta la conclusone che “la Cassa nazionale di previdenza e assistenza degli Avvocati e Procuratori risponde a questi fini generali nell’ambito della categoria anche per essa resta superato il concetto stesso di semplice mutualità per espandersi appunto in quello di previdenza vale a dire di solidarietà nella previdenza”. Conclusione che trova riscontro laddove la stessa sentenza richiamandosi alle precedenti sentenze n. 91 del 1972 n. 23 del 1968 definisce come “tributaria” la misura della contribuzione previdenziale almeno con riguardo al contributo “personale” ora “soggettivo” che ne costituisce l’elemento qualificante (cfr. in tal senso Corte Cost. n. 132/ 1984).

In tale prospettiva, va rilevato che se è vero che il versamento di tale contributo non è utile ai fini del calcolo della pensione, è anche vero che non può trascurarsi il fatto che l’ente non eroga solo prestazioni pensionistiche agli iscritti, ma anche prestazioni di natura assistenziale e assicurazioni per i grandi interventi chirurgici ed altre prestazioni aggiuntive come da regolamento. Va a questo punto rimarcata la correttezza della decisione del giudice di primo grado anche con riferimento al terzo motivo. L’appellante infatti si duole che con il pagamento dei contributi richiesti dalla cassa verrebbe ad essere privato del trattamento pensionistico che pur dovrebbe essergli garantito. La tesi è infondata in quanto la contribuzione imposta ai pensionati risulta essere calcolata in misura inferiore agli iscritti alla Cassa Forense non titolari di trattamenti previdenziale. Essa poi è computata con riferimento al reddito prodotto in conseguenza dell’attività professionale svolta e non in relazione al trattamento previdenziale ricevuto, che pertanto rimane integro.

È ben evidente de resto che non sono paragonabili entità differenti quali da un lato le somme dovute dalla Cassa a titolo di trattamento pensionistico e quelle dovute dall’avvocato a titolo di contributi sui redditi prodotti per l’attività lavorativa. Invero si tratta certamente di somme di denaro, ma il titolo da cui traggono origine è totalmente differente, come chiaramente rimarcato dal giudice di primo grado che ha sottolineato che se l’ammontare dei contributi dovuti è alto, ciò è semplicemente perché alto è stato il reddito prodotto dall’avvocato nell’esercizio della sua pur legittima attività lavorativa (non essendo prevista per i titolari di pensione di anzianità di Cassa forense, alcuna incompatibilità tra il trattamento previdenziale di vecchiaia della cassa e – di vecchiaia c.d. contributiva – e la permanenza dell’iscrizione all’Albo e, quindi, l’esercizio della professione, con conseguente cumulo tra trattamento previdenziale e reddito professionale e, quindi, obbligo di iscrizione e contribuzione alla Cassa in relazione al reddito professionale prodotto.

Chiaramente, l’assetto contributivo dei pensionati cosiddetti “attivi” è diverso da quello degli iscritti non pensionati, posto che l’art. 10 l. n. 576/80, come recepito dalle norme regolamentari della Cassa, stabilisce che ogni iscritto alla Cassa è tenuto, tra l’altro, al pagamento di un contributo soggettivo sino al c.d. tetto pensionistico (attualmente pari al 14%), e di un contributo soggettivo c.d. di solidarietà oltre il tetto (pari al 3%): il contributo soggettivo minimo non è dovuto dopo il pensionamento, rimanendo a carico dell’iscritto che continua ad esercitare la professione, per i primi cinque anni, soltanto il contributo soggettivo proporzionale al reddito (pari al 14% fino al tetto e del 3% oltre il tetto), con diritto alla maturazione dei supplementi di pensione, e successivamente il solo contributo di solidarietà (inizialmente pari al 3% su tutto il reddito, poi portato al 4%, al 5% e attualmente al 7% fino al tetto, oltre il 3% per la parte di reddito eccedente il tetto).

Il contributo soggettivo di solidarietà per i pensionati “attivi” successivamente alla maturazione dei supplementi è stato aumentato al 7%, rimanendo sempre invariato il 3% per la parte eccedente il tetto, a partire dal modello 5/2014, in seguito all’art. 18, co. 11, d.l. n. 98/2011, conv. in l. n. 111/2011, e sulla base della medesima, che ha imposto agli enti previdenziali privatizzati di aumentare le aliquote contributive per i soggetti già pensionati. Contestualmente era stato infatti aumentato dal 13% al 14% il contributo soggettivo dovuto dai professionisti, iscritti alla Cassa, non pensionati e da quelli pensionati da meno di cinque anni che continuano ad esercitare, sempre fermo restando il versamento del 3% sul reddito eccedente. Il nuovo Regolamento dei Contributi, approvato il 5.9.2012 si è adeguato interamente al nuovo precetto normativo.

E del resto il Regolamento in parola è stato approvato dal Ministero in data 9.11.2002 senza alcuna condizione (cfr. ministeriale di approvazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 284 del 5.12.2012).

Ancora infondata è la censura circa la presunta violazione dell’art. 4 Cost. della previsione di condizionare la corresponsione della prestazione contributiva alla cancellazione dall’Albo alla luce della sentenza n. 132/ 984 già richiamata, della Corte Costituzionale secondo cui: “Così la censura concernente l’incidenza negativa della caratteristica strutturale del sistema (mancata correlazione per i singoli iscritti fra oneri e vantaggi), per l’asserito suo effetto disincentivante sulla libertà di lavoro dei professionisti più anziani, con conseguente violazione dell’art. 4 Cost. (n. 3 lett. B). L’addebito è stato già disatteso da questa Corte con la sentenza n. 62 del 1977.

È appena il caso di aggiungere che particolari circostanze di fatto soggettive, in relazione a qualunque normativa, possano sempre rendere difficile la scelta di un certo tipo di lavoro sotto il profilo della convenienza economica (si pensi all’ipotesi di carriere impiegatizie nelle quali l’ingresso tardivo precluda il raggiungimento di dati traguardi), senza che per questo la libertà della scelta sia esclusa o compressa. E naturalmente il discorso può valere anche per i professionisti pensionati per vecchiaia”. Tali principi – come segnalato dallo stesso appellato – sono stati più volte ribaditi dalla corte (v. sent. n. 169/ 1986 e 171/1987 e ord. n. 669/1988, sent. 439/2005 e da ultimo sentenza n. 67/2018: “l’abbandono di un sistema interamente disciplinato dalla legge” e “l’apertura all’autonomia regolamentare del nuovo ente non hanno indebolito il criterio solidaristico di base, che rimane quale fondamento essenziale di questo sistema integrato”. “È tale connotazione solidaristica che giustifica e legittima l’obbligatorietà – e più recentemente l’automaticità ex lege – dell’iscrizione alla Cassa e la sottoposizione dell’avvocato al suo regime previdenziale e segnatamente agli obblighi contributivi”).

Né, contrariamente a quanto vorrebbe l’appellante, è possibile prevedere un tetto alla contribuzione del pensionato che prosegue nell’esercizio della professione, posto che a prescindere dalla considerazione che alcuna disposizione legislativa contiene una tale previsione - al contrario è proprio la legge n. 335/1995 a stabilire che l’esercizio di attività professionale deve essere accompagnata da relativa contribuzione e l’entità di tale contribuzione deve essere parametrata al reddito professionale. In questo senso si è espressa anche questa Corte affermando che “In sostanza tutti gli avvocati in attività sono tenuti a versare la contribuzione di solidarietà con la quale si finanziano anche le prestazioni assistenziali mentre solo gli avvocati in attività che ancora stanno accumulando montante contributivo utile per il calcolo della pensione sono tenuti a versare per intero i contributi previsti dalle norme di categoria laddove gli avvocati in attività che non maturano più montante contributivo godono di un triplice beneficio ovvero cumulano la pensione con i redditi da lavoro, ottengono il radicale abbattimento delle aliquote contributive e accumulano, comunque, contribuzione idonea per un ulteriore indennità una tantum - art. 2 comma 8 legge 576/80.

L’intero sistema, dunque, costituisce un equo e ragionevole bilanciamento degli interessi patrimoniali privati del singolo professionista e dell’interesse solidaristico dell’intera categoria e nessuna delle diverse sotto-categorie può considerarsi privilegiata o discriminata rispetto alle altre. Nessuna disparità di trattamento sembra sussistere. Detto sistema previdenziale sinteticamente descritto ha superato il vaglio di costituzionalità e lo scrutinio di legittimità di diversi giudici ordinari” (Corte Appello Napoli, n. 4006/2018 e, nello stesso senso, Corte App. Roma, n. 965/2018, all. 5 e 6)”.

Ancora infondata è la censura relativa alla illegittimità dei prelievi effettuati dalla Cassa in considerazione dell’attivo del suo bilancio e al difetto di motivazione sul punto da parte del giudice di primo grado. In primo luogo, il Tribunale sul punto ha chiarito che il bilancio della Cassa è “un dato del tutto neutro ai fini che qui interessano e non è in alcun modo significativo di un disequilibrio del sistema previdenziale, dovendo tali dati parziali essere considerati all’interno di un bilancio previdenziale fondato su proiezioni a lunghissimo termine delle future entrate e delle future entrate e delle future erogazioni di prestazioni previdenziali e assistenziali” (cfr. pag. 10 sentenza di primo grado).

E tale motivazione non soltanto non è scevra da vizi logico- giuridici, ma è anche assolutamente condivisibile come già sopra evidenziato. Infatti la Cassa provvede alla erogazione di prestazioni assistenziali e previdenziali in favore dei suoi iscritti prelevando proprio dal bilancio il che implica necessariamente che il suo equilibrio finanziario deve essere valutato e assicurato in un lungo arco temporale, inizialmente fissato dalla legge in 30 anni ed attualmente in 50 anni, ai sensi dell’art. 24, d.l. n. 201/2011.

Ne consegue che l’eventuale esistenza di saldi positivi a fine anno è priva di qualunque valore dal momento che tali saldi devono essere considerati all’interno di bilanci tecnici basati su proiezioni delle future entrate contributive e delle future uscite per tutte le prestazioni che dalla Cassa stessa vengono erogate.

Alla luce di tali considerazioni l’appello deve essere rigettato. La particolare complessità della questione induce alla compensazione delle spese di questo grado di giudizio.