Corte d'Appello di Milano, sez. lavoro, 6.5.2019, n. 918

2/2019 MAGGIO - AGOSTO

di Pierpaolo Aquilino

CORTE D’APPELLO DI MILANO, SEZIONE LAVORO, 6.5.2019, n. 918, Pres. Picciau, Rel. Locorotondo –[omissis] c. Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense (Avv. Segnana)

Avvocato – Previdenza – Avvocato cittadino di un Paese extra UE – Iscrizione all’albo degli avvocati italiani – Obbligo iscrizione Cassa Forense – Sussistenza

L’avvocato cittadino di un Paese extra UE, iscritto all’Albo professionale italiano ma che svolge attività prevalente nel detto Paese, ha l’obbligo di iscrizione alla Cassa forense qualora non sussista una convenzione tra i due Stati che disciplini specificatamente la materia previdenziale

 

FATTO E DIRITTO

Con ricorso del 26/07/2018 l’***Omissis*** ha proposto appello avverso la sentenza indicata in epigrafe mediante la quale il Tribunale di Milano ha rigettato il ricorso dalla stessa presentato nei confronti della Cassa Nazione di Previdenza ed Assistenza Forense (di seguito Cassa) e dell’Agenzia delle Entrate – Riscossione, tendente ad ottenere l’annullamento della cartella esattoriale n. 06820170003507636 dell’importo di Euro 869,26.

Con il ricorso di primo grado chiedeva, in via preliminare, l’annullamento della cartella di pagamento perché trasmessa in formato pdf e non p7m e nel merito la dichiarazione di insussistenza del debito contributivo rivendicato dalla Cassa.

Deduceva, a tal proposito che, a far data dal 2012, si era trasferita negli Emirati Arabi con iscrizione all’AIRE, svolgendo l’attività professionale nel paese estero di residenza ed adempiendo agli obblighi previdenziali vigenti in detto paese, ritenendo così di essere esonerata dal pagamento dei contributi alla Cassa per il divieto della doppia imposizione; che sempre dal 2012, pur essendo rimasta iscritta all’Albo professionale degli avvocati di Milano, non aveva svolto attività professionale produttiva di reddito in Italia, per cui nessun obbligo contributivo poteva essere preteso in assenza di prestazione lavorativa corrispondente.

Il Giudice di I grado ha rigettato in toto il ricorso: ha ritenuto valida la notifica a mezzo pec in formato pdf, atteso che i rilievi circa il formato elettronico del file inviato, anche ove in ipotesi fondati, comporterebbero la mera irregolarità della notifica della cartella e non la sua nullità e, comunque, le censure di carattere formale relative al formato del file trasmesso con la PEC avrebbero al più dovuto essere proposte, ex art. 617 c.p.c., entro il termine perentorio di 20 giorni dalla notifica della cartella.

Nel merito ha ritenuto l’opposizione infondata, rilevando che: “ l’avv. ***Omissis*** non contesta la sussistenza dei presupposti per la sua iscrizione all’albo professionale (anzi, al contrario, riafferma il proprio diritto a conservare detta iscrizione).

Nemmeno detti presupposti sono stati contestati dai convenuti. Ora, muovendo da tale pacifico dato di fatto, conviene ricordare che il primo comma dell’art.21 legge n. 247/2012 dispone che “La permanenza dell'iscrizione all'albo é subordinata all'esercizio della professione in modo effettivo, continuativo, abituale e prevalente, salve le eccezioni previste anche in riferimento ai primi anni di esercizio professionale”.

Deve pertanto ritenersi che, rivendicando l’avv. ***Omissis*** il proprio diritto al mantenimento all’iscrizione all’albo, ella riconosca la sussistenza di detti requisiti, e cioè, in particolare, “l'esercizio della professione in modo effettivo, continuativo, abituale e prevalente”.

Con ricorso in appello l’avvocato ***Omissis*** ha proposto impugnazione avverso la sentenza di primo grado indicata, ritenendo errata la sentenza nella parte in cui ha considerato che l’opposizione doveva essere considerata e posta come opposizione agli atti esecutivi ex art.617 c.p.c, assumendo che poiché le contestazioni attenevano alla valida formazione del titolo esecutivo: mancanza di sottoscrizione e attestazione di conformità e nullità notifica a mezzo pec, essa era inquadrabile ex art. 615 c.p.c, quindi correttamente proposta nei termini. Nel merito censura la sentenza del Tribunale ribadendo che la stessa non svolge attività professionale in Italia, essendo trasferita negli Emirati Arabi, per cui il suo reddito è pari a zero, quindi nulla è dovuto alla Cassa.

Lamenta che il primo Giudice non ha attribuito alcuna rilevanza ai seguenti rilievi: 1) al fatto che la Legge 247/12 nulla dispone quanto agli iscritti che siano residenti all’estero e pagano i contributi previdenziali nel paese dove lavorano e sono residenti; 2) al fatto che la Convenzione contro le doppie imposizioni, Italia Emirati Arabi, vieta qualsiasi forma di doppia imposizione; 3) non ha tenuto in considerazione i pareri dei Consigli Nazionali, dell’ordine degli Avvocati di Milano, che riservano un trattamento diverso agli avvocati iscritti all’albo ma residenti all’estero, dove svolgono anche l’attività professionale.

Resiste solo la Cassa Forense con memoria difensiva chiedendo il rigetto di ogni deduzione avversaria e la conferma della sentenza di primo grado. Spiega domanda riconvenzionale subordinata di accertamento del proprio credito nei confronti dell’ avv***Omissis*** e di conseguente condanna della stessa al pagamento diretto alla Cassa Forense degli importi iscritti nel ruolo in contestazione, nel caso si dovessero ritenere fondate le contestazioni di controparte circa i vizi formali della cartella, compresa l’eccezione sulla presunta nullità della notifica.

All'udienza di discussione del 06/05/2019 la causa è stata decisa come da dispositivo di cui è stata data lettura. Il ricorso in appello è infondato per cui va rigettato. Osserva questa Corte che correttamente il Tribunale ha ritenuto inammissibile, in quanto tardiva, l’eccezione relativa alla nullità della cartella esattoriale per essere stata notificata a mezzo pec e per la mancanza di sottoscrizione della stessa, perché non effettuata nelle forme e nei tempi prescritti dall’art. 617 c.p.c.. Le eccezioni attinenti alla notifica della cartella esattoriale e a suoi difetti formali (mancata sottoscrizione) non riguardano il merito della contestazione, ovvero l’aspetto sostanziale della pretesa, per cui non sono sottoposte al termine dei 40 giorni prescritto dall’art. 24 D. Lgs. 46/99, ma possono essere sollevate e proposte nell’ambito della opposizione agli atti esecutivi, ovvero dell’art. 617 c.p.c., e quindi vanno effettuate nel termine perentorio dei 20 giorni dalla notifica della cartella.

La Suprema Corte ha ormai stabilito il seguente principio: “Il vigente sistema di tutela giurisdizionale per le entrate previdenziali (ed in genere per quelle non tributarie) prevede le seguenti possibilità di tutela per il contribuente: a) proposizione di opposizione al ruolo esattoriale per motivi attinenti al merito della pretesa contributiva ai sensi del D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 6, ovverosia nel termine di giorni quaranta dalla notifica della cartella di pagamento, davanti al giudice del lavoro; b) proposizione di opposizione ai sensi dell’art. 615 c.p.c., per questioni attinenti non solo alla pignorabilità dei beni, ma anche a fatti estintivi del credito sopravvenuti alla formazione del titolo (quali ad esempio la prescrizione del credito, la morte del contribuente, l’intervenuto pagamento della somma precettata) sempre davanti al giudice del lavoro nel caso in cui l’esecuzione non sia ancora iniziata (art. 615 c.p.c., comma 1) ovvero davanti al giudice dell’esecuzione se la stessa sia invece già iniziata (art. 615 c.p.c., comma 2, e art. 618 bis c.p.c.); c) proposizione di una opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 c.p.c., ovverosia “nel termine perentorio di venti giorni (cinque prima delle modifiche delle modifiche apportate dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito in L. 14 maggio 2005, n. 80) dalla notifica del titolo esecutivo o del precetto” per i vizi formali del titolo ovvero della cartella di pagamento, anche in questo caso davanti al giudice dell’esecuzione o a quello del lavoro a seconda che l’esecuzione stessa sia già iniziata (art. 617 c.p.c., comma 2) o meno (art. 617 c.p.c., comma 1).

Tanto si ricava sia dalla formulazione del D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 6, secondo cui “il giudizio di opposizione contro il ruolo per motivi inerenti il merito della pretesa contributiva è regolato dall’art. 442 c.p.c. e segg.”, sia dal medesimo D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 29, comma 2. Tale ultima disposizione infatti prevede che “alle entrate indicate nel comma 1, cioè, tra l’altro, quelle non tributarie non si applica la disposizione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 57, comma 1, come sostituito dall’art. 16, del presente decreto e le opposizioni all’esecuzione ed agli atti esecutivi si propongono nelle forme ordinarie”.

Il citato D.P.R. n. 602 del 1973, art. 57, nel testo ora vigente, in relazione alla procedura di riscossione delle entrate tributarie, non consente le opposizioni regolate dall’art. 615 c.p.c., fatta eccezione per quelle concernenti la pignorabilità dei beni; nè le opposizioni regolate dall’art. 617 c.p.c., relative alla regolarità formale ed alla notificazione del titolo esecutivo.”( Cassazione n. 22/05/2013). Sull’asserita nullità della notifica effettuate a mezzo di posta elettronica per mancanza dell’estensione “p7m” nel file, che conferma l’avvenuta notifica via Pec, questa Corte rileva che il formato di un file con estensione p7m indica unicamente che il documento con tale estensione è firmato digitalmente, la produzione delle ricevute di consegna delle notifiche via Pec in copia conforme garantiscono che il documento allegato in formato pdf, è esattamente quello contenuto nella busta perché il gestore garantisce che quella specifica busta contenente quel documento, è stata recapitata. La notifica all’avv.to ***Omissis*** è avvenuta nel rispetto di quanto previsto dal D.P.R. n. 68/05 che contiene le disposizioni regolamentari per l'utilizzo della posta elettronica certificata. Recita appunto l’art. 6 terzo comma del predetto DPR “Il gestore di posta elettronica certificata utilizzato dal mittente fornisce al mittente stesso la ricevuta di accettazione nella quale sono contenuti i dati di certificazione che costituiscono prova dell'avvenuta spedizione di un messaggio di posta elettronica certificata. Il gestore di posta elettronica certificata utilizzato dal destinatario fornisce al mittente, all'indirizzo elettronico del mittente, la ricevuta di avvenuta consegna. La ricevuta di avvenuta consegna fornisce al mittente prova che il suo messaggio di posta elettronica certificata è effettivamente pervenuto all'indirizzo elettronico dichiarato dal destinatario e certifica il momento della consegna tramite un testo, leggibile dal mittente, contenente i dati di certificazione…omissis…

La ricevuta di avvenuta consegna è rilasciata contestualmente alla consegna del messaggio di posta elettronica certificata nella casella di posta elettronica messa a disposizione del destinatario dal gestore, indipendentemente dall'avvenuta lettura da parte del soggetto destinatario. La ricevuta di avvenuta consegna è emessa esclusivamente a fronte della rice-zione di una busta di trasporto valida secondo le modalità previste dalle regole tecniche di cui all'articolo 17”.

In base alla sopra riportata normativa la notifica effettuata con modalità telematica si perfeziona, per il soggetto notificante, nel momento in cui viene generata la ricevuta di accettazione prevista dal D.P.R. 11 febbraio 2005 n. 68 art. 6 comma 1 e, per il destinatario nel momento in cui viene generata la ricevuta di avvenuta consegna prevista dall’articolo 6 comma 2 dello stesso D.P.R. In sostanza la notifica a mezzo posta elettronica certificata si perfeziona con la consegna del plico informatico nella casella di posta elettronica del destinatario e la prova di tale consegna è costituita dalla ricevuta di avvenuta consegna contenente i dati di certificazione ed il messaggio originale consegnati al titolare destinatario per mezzo di una busta di trasporto firmata dal gestore Pec del mittente.

 

In particolare i dati di certificazione (costituiti da data e ora di invio, mittente, destinatario, oggetto, identificativo del messaggio, che descrivono l’invio del messaggio originale e sono certificati dal gestore di Posta Elettronica Certificata del mittente) sono inseriti all’interno di un file in formato XML ed invece il messaggio originale è inserito all’interno di un file in formato EML contenente il messaggio inviato ed i relativi allegati. In argomento la Suprema Corte con la sentenza n. 3133/19; conforme, cass. SS.UU. 18 aprile 2016, n. 7665 ha così stabilito: “ La consegna telematica di un atto in “estensione.doc”, anziché “formato.pdf”, che abbia comunque prodotto il risultato della conoscenza dell’atto e determinato così il raggiungimento dello scopo legale della notificazione, nonostante la violazione della normativa inerente il processo telematico, esclude il verificarsi di qualsivoglia nullità.”

Alla luce delle suddette motivazioni l'opposizione inerente vizi formali degli atti avrebbe dovuto essere proposta nel termine di 20 giorni dalla notifica ai sensi dell’art. 617 c.p.c., in forza del rinvio alle norme del codice di rito operato dall'art. 29, comma 2, d.lgs. 26 febbraio 1999, n. 46. Nel caso di specie la cartella esattoriale opposta veniva notificata all’appellante a mezzo pec il giorno 22 gennaio 2017 e il ricorso in opposizione depositato il giorno 27 febbraio 2017, per cui ben oltre il 20 giorni prescritti.

Anche le motivazioni riguardanti il merito del giudizio sono destituite di fondamento per cui, vanno rigettate. L’art. 21 della Legge 247/2012, per la parte di interesse, prevede espressamente: “1. La permanenza dell'iscrizione all'albo è subordinata all'esercizio della professione in modo effettivo, continuativo, abituale e prevalente, salve le eccezioni previste anche in riferimento ai primi anni di esercizio professionale.

Le modalità di accertamento dell'esercizio effettivo, continuativo, abituale e prevalente della professione, le eccezioni consentite e le modalità per la reiscrizione sono disciplinate con regolamento adottato ai sensi dell'articolo 1 e con le modalità nello stesso stabilite, con esclusione di ogni riferimento al reddito professionale. 2. (….) 3. (….) 4. (…) 5. (….) 6. (….) 7(….) 8.

L'iscrizione agli Albi comporta la contestuale iscrizione alla Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense. 9.La Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense, con proprio regolamento, determina, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, i minimi contributivi dovuti nel caso di soggetti iscritti senza il raggiungimento di parametri reddituali, eventuali condizioni temporanee di esenzione o di diminuzione dei contributi per soggetti in particolari condizioni e l'eventuale applicazione del regime contributivo. “ Il Regolamento di Attuazione dell’ art. 21 commi 8 e 9 della Legge 247/12 all’art 1 prevede, sempre per la parte di interesse: “1. A decorrere dall’entrata in vigore del presente Regolamento, o dalla data di iscrizione all’Albo, se successiva, l’iscrizione alla Cassa è obbligatoria per tutti gli avvocati iscritti agli Albi professionali forensi, fermo restando il disposto di cui all’articolo 4 della Legge n. 141/1992. 2 (…) 3 (…) 4. L’iscrizione alla Cassa è obbligatoria, ai sensi del primo comma, anche per gli iscritti agli Albi forensi che siano contemporaneamente iscritti in altri Albi professionali. Tuttavia, essi sono tenuti al versamento dei contributi soggettivi e integrativi solo sulla parte di reddito e di volume d’affari relativi alla professione di avvocato, fermo in ogni caso l’obbligo a corrispondere i contributi minimi. 5.….) 6. Per gli iscritti ad un Albo forense che esercitino l’attività professionale in modo concorrente o esclusivo in un altro Stato Membro della Unione Europea, si applicano i Regolamenti Comunitari n. 883 del 29/4/2004 e n. 987 del 16/9/2009 per la determinazione della legislazione previdenziale applicabile.” Alla luce delle sopra riportate normative è certo che l’iscrizione all’Albo degli Avvocati, dopo il 2012, comporta automaticamente l’iscrizione alla Cassa Forense, indipendentemente dalla produzione o meno di reddito, salvo che l’avvocato eserciti la sua attività professionale in uno Stato Membro dell’Unione Europea, nel qual caso si applicano i Regolamenti Comunitari che vietano la doppia imposizione.

Orbene nel caso di specie, è anche certo ed incontestato, che l’avvocato ***Omissis*** esercita la sua attività professionale negli Emirati Arabi, Paese non facente parte dell’Unione Europea, per cui già questo è sufficiente per ritenere dovuta la contribuzione richiesta dalla Cassa Forense, ove l’appellante è iscritta in quanto iscritta all’Albo degli Avvocati di Milano. La Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia ed Emirati Arabi, richiamata da parte appellante, all’art. 2 prevede:

“1. La presente Convenzione si applica alle imposte sul reddito prelevate per conto di uno Stato contraente, delle sue suddivisioni politiche o amministrative o dei suoi enti locali, qualunque sia il sistema di prelevamento. 2. Sono considerate imposte sul reddito tutte le imposte prelevate sul reddito complessivo o su elementi del reddito, comprese le imposte sugli utili derivanti dall'alienazione di beni mobili o immobili, le imposte sull'ammontare complessivo degli stipendi e dei salari corrisposti dalle imprese nonche' le imposte sui plusvalori. 3. Le imposte attuali cui si applica la Convenzione sono in particolare: a) per quanto concerne gli Emirati Arabi Uniti: 1. - l'imposta sul reddito delle persone fisiche e giuridiche;

2. - l'imposta sulle società, ancorchè riscosse mediante ritenuta alla fonte. (qui di seguito indicate quali "imposta emiratina") b) per quanto concerne l'Italia: 1. - l'imposta sul reddito delle persone fisiche; 2. - l'imposta sul reddito delle persone giuridiche;

3. - l'imposta locale sui redditi, ancorche' riscosse mediante ritenuta alla fonte. (qui di seguito indicate quali "imposta italiana").

4. - La Convenzione si applichera' anche alle imposte, future di natura identica o sostanzialmente analoga che verranno istituite dopo la firma della presente Convenzione in aggiunta a o in sostituzione delle imposte esistenti. Le autorita' competenti degli Stati contraenti si comunicheranno le modifiche rilevanti apportate alle loro rispettive legislazioni fiscali.” Sulla base di tale Convenzione, quindi la doppia imposizione è vietata solo per le sopra riportate imposte sul reddito, ma non certamente per i contributi minimi obbligatori richiesti dalla Cassa, con la cartella esattoriale impugnata, non trattandosi di imposte sul reddito. Come correttamente ritenuto dal primo Giudice, condividendo la motivazione del Tribunale di Roma ( Sent. n. 4805/17), i contributi minimi obbligatori non rientrano nella categoria delle imposte, atteso che la previsione di un contributo minimo a carico di tutti gli esercenti la professione forense risponde alle esigenze solidaristiche della categoria ed è volta ad assicurare un trattamento previdenziale minimo anche nel caso di redditi percepiti modesti. Pertanto la contribuzione previdenziale non è assimilabile all’imposizione tributaria vera e propria, ma deve considerarsi quale prestazione patrimoniale avente la finalità di contribuire agli oneri finanziari del regime previdenziale dei lavoratori interessati.

Alla luce delle suesposte motivazioni è evidente che la convenzione richiamata dall’ appellante non trova applicazione al caso in oggetto. In relazione ai richiamati pareri del parere del Consiglio Nazionale Forense e dell’Ordine degli Avvocati di Milano, si rileva che essi non hanno alcun valore normativo, per cui non possono derogare alla Legge e, comunque, riguardano le posizioni di avvocati italiani residenti in Paesi dell’Unione Europea per cui trovano applicazione i Regolamenti n. 883/2004 e n. 987/2009 che fissano i criteri per individuare il Paese ove il professionista deve versare i contributi previdenziali.

In conclusione l’appello va integralmente rigettato. La particolarità della fattispecie e la oggettiva difficoltà delle questioni controverse induce la Corte a compensare le spese di questo grado di giudizio, tra l’appellante e l’appellata Cassa Forense, mentre nulla va disposto, in ordine alle spese nei confronti dell’Agenzia delle Entrate – Riscossione stante la contumacia.

Si dà atto che sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato art. 1 comma 17 L.228/12.

 

NOTA

La giurisprudenza è tornata recentemente a pronunciarsi in merito alla problematica della legislazione applicabile in materia previdenziale per quei professionisti, iscritti all’Albo italiano, che esercitano la propria attività professionale in uno Stato estero, nel caso di specie non facente parte dell’UE.

Fermo restando che la Suprema Corte, nella fattispecie di Avvocati iscritti anche in Albi professionali stranieri, aveva già confermato l’obbligo sia dichiarativo (Cass. n. 6776/2018) sia contributivo, relativamente al pagamento della contribuzione integrativa (Cass. n. 5376/2019), le sentenze di merito hanno sostanzialmente recepito, nel caso in cui lo Stato estero faccia parte dell’UE, la normativa prevista dall’art. 13 del Regolamento CEE n. 883/2004 e dall’art. 14 del Regolamento CEE n. 987/2009 in virtù dei quali il criterio per la determinazione della legislazione statale applicabile, oltre alla residenza, è la determinazione della parte sostanziale dell’attività lavorativa basata sul fatturato, l’orario di lavoro, il numero dei servizi prestati e/o il reddito prodotto.

Nella diversa fattispecie di Avvocato italiano, residente in un Paese non facente parte dell’UE e con attività prevalente in tale Paese è intervenuta la recentissima sentenza n. 918/2019 della Corte d’Appello di Milano. In particolare, il predetto Collegio, nel giudicare in merito all’iscrizione alla Cassa di una professionista residente e con attività prevalente negli Emirati Arabi Uniti, ha rilevato come la disciplina comunitaria sia applicabile unicamente ai professionisti italiani che svolgano la propria attività in un altro Paese dell’UE, mentre, nel caso di avvocati che esercitino attività professionale in Paesi extra UE, gli unici criteri per la determinazione della legislazione applicabile saranno dati da apposite Convenzioni disciplinanti la materia.

Nel caso di specie, il Collegio meneghino, in considerazione del fatto che la Convenzione esistente tra Italia ed Emirati Arabi Uniti disciplina esclusivamente le imposte sul reddito e rilevando come la contribuzione previdenziale della Cassa non sia assimilabile all’imposizione tributaria vera e propria ma debba considerarsi quale prestazione patrimoniale avente la finalità di contribuire agli oneri finanziari del regime previdenziale dei lavori interessati, assolvendo, pertanto, ad una funzione solidaristica volta ad assicurare un trattamento previdenziale minimo anche nel caso di redditi percepiti modesti, nel confermare la sentenza emessa dal Tribunale di Milano, ha statuito la legittimità dell’iscrizione alla Cassa, ex art. 21 l. n. 247/2012, della ricorrente che, seppure residente negli Emirati Arabi, aveva mantenuto l'iscrizione all'Albo professionale italiano.