Corte di Appello di Napoli 20.3.2020 n. 1271

2/2020 MAGGIO - AGOSTO

di Silvia Caporossi

Corte di Appello di Napoli 20.3.2020 n. 1271, Pres. Gallo, Est. Chiodi, Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense (Avv. N. Pastore Carbone) c. De Nunzio (Avv. L. De Nunzio).

Avvocato – Previdenza – Contributo minimo soggettivo ed integrativo – Soggetto pensionato di altro ente ed iscritto alla Cassa – Legittimità della debenza della contribuzione minima.

Il regime contributivo degli avvocati già titolari di pensione di vecchiaia, ma che ancora esercitino la professione essendo iscritti all’Albo, è diverso a seconda che gli stessi siano percettori di pensione di vecchiaia dalla Cassa – nel qual caso sono esonerati dal versamento dei contributi minimi – ovvero siano pensionati presso altri enti, nel qual caso l’esonero non opera, sicchè gli stessi sono tenuto al versamento dei contributi minimi al pari degli altri iscritti. Tale disciplina è legittima, e non implica profili di irragionevolezza né disparità di trattamento, essendo situazioni differenti e non comparabili.

 

In fatto e diritto

(omissis) 

da premettere che nessuna censura è mossa dall’appellato alla statuizione della gravata sentenza che ha ritenuto la debenza del contributo di maternità, che deve, pertanto, ritenersi cosa giudicata. Per quanto riguarda la sussistenza di un obbligo di pagamento del contributo minimo soggettivo – preteso dalla Cassa dall’anno 2014, in conseguenza della iscrizione del De Nunzio all’Albo Professionale Forense – si osserva quanto segue. La fonte normativa da cui prende le mosse la vicenda processuale è l’art. 21, commi 8 e 9, l. 247/2012 (“Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense”), che così dispone: “L’iscrizione agli Albi comporta la contestuale iscrizione alla Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense.

La Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense, con proprio regolamento, determina, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, i minimi contributivi dovuti nel caso di soggetti iscritti senza il raggiungimento di parametri reddituali, eventuali condizioni temporanee di esenzione o di diminuzione dei contributi per soggetti in particolari condizioni e l’eventuale applicazione del regime contributivo”.

Quindi, con delibera del Comitato dei Delegati del 31.1.2014 è stato approvato il relativo Regolamento di attuazione, che ha sancito l’obbligo di iscrizione alla Cassa Forense di tutti gli avvocati iscritti all’Albo, come, pacificamente, è accaduto per il De Nunzio. Il contrasto tra le parti verte, piuttosto, sull’obbligo contributivo esigibile dal De Nunzio, che la Cassa ritiene esteso anche al contributo minimo soggettivo e integrativo. Al riguardo la gravata sentenza, facendo proprie le difese dell’appellato, pone a fondamento della decisione la previsione dell’art. 7 comma 4 del Regolamento, a tenore del quale “I contributi minimi di cui al comma 1, lett. a) e b) sono esclusi a partire dall’anno solare successivo a quello della maturazione del diritto a pensione di vecchiaia”, salvo l’obbligo di pagare gli eventuali contributi a percentuale dovuti in sede di autoliquidazione (“Sono comunque dovuti i contributi soggettivo ed integrativo nella misura percentuale prevista dal Regolamento dei contributi nei confronti dei pensionati di vecchiaia che restano iscritti all’Albo degli Avvocati o all’Albo speciale per il patrocinio dinanzi le giurisdizioni superiori”). Secondo il giudice di prime cure detta disposizione riguarderebbe tutti i pensionati, e quindi non solo i pensionati che percepiscono il trattamento dalla Cassa Forense, ma anche i pensionati presso altri Enti previdenziali che siano stati iscritti alla Cassa in quanto iscritti all’Albo degli avvocati, in virtù delle nuove disposizioni.

La Cassa, per contro, ritiene che la disciplina in questione non si applichi ai pensionati di altri Enti, ai quali si riferirebbe invece l’art. 9, comma 7, con la seguente previsione: “Le agevolazioni di cui al presente articolo non si applicano ai contributi dovuti ai sensi degli artt. 3 e 4 del presente Regolamento e ai titolari di pensione di vecchiaia o anzianità di altri Enti”. Ebbene, la lettura delle norme regolamentari appena riportate induce a ritenere fondata la tesi della Cassa convenuta.

Non sussiste – ed in ciò si conviene con le argomenta- 179 zioni di parte appellata – una specifica disposizione che regoli compiutamente l’obbligo contributivo dei pensionati INPS o di altri Enti previdenziali. Esistono, piuttosto, disposizioni di carattere generale, che regolano anche l’ipotesi di nuova iscrizione alla Cassa – in passato non obbligatoria – per gli avvocati iscritti all’Albo, anche dopo il quarantesimo anno di età, e dunque, come nel caso del De Nunzio, anche laddove già percettori di pensione di vecchiaia presso altro Ente previdenziale. Esse sono, in particolare, le previsioni dell’art. 1 commi 4 e 5; dell’art. 3 comma 5; dell’art. 4. Tutti gli iscritti alla Cassa sono tenuti al pagamento dei contributi minimi, soggettivo e integrativo; per i primi anni di iscrizione sono previste delle agevolazioni in termini di riduzione del contributo soggettivo minimo (artt. 7 e 8); ulteriori agevolazioni sono previste per i percettori di redditi IRPEF inferiori ad € 10.300,00 dall’art. 9.

La situazione degli iscritti all’Albo degli Avvocati che siano anche pensionati è presa in considerazione, come si accennava, in due diverse disposizioni, di tenore completamente diverso. L’art. 7 comma 4, infatti, stabilisce l’esonero dal versamento dei contributi minimi “a partire dall’anno solare successivo a quello della maturazione del diritto a pensione di vecchiaia”. L’art. 9 comma 7, invece, dopo aver previsto una serie di agevolazioni riguardanti il contributo soggettivo minimo per percettori di redditi inferiori ai parametri, stabilisce che dette agevolazioni “non si applicano ... ai titolari di pensione di vecchiaia o anzianità di altri Enti”. Le disposizioni sono palesemente e insanabilmente confliggenti: nel senso che non possono riguardare gli stessi soggetti – ovvero i pensionati di vecchiaia in generale, ove iscritti alla Cassa – atteso che, in tal modo opinando, la prima norma statuirebbe in loro favore l’esonero dal versamento dei contributi minimi, mentre l’altra, contraddittoriamente, escluderebbe il riconoscimento di agevolazioni sul contributo soggettivo minimo, che però essi non dovrebbero affatto pagare.

Il contrasto si compone, invece, se, come prospettato dalla Cassa, alle due disposizioni viene assegnato un ambito applicativo diverso: e cioè se l’art. 7 comma 4 viene riferito soltanto agli avvocati che maturino il diritto a pensione di vecchiaia dalla Cassa, avendo versato a quest’ultima i necessari contributi nel corso della propria storia professionale; e l’art. 9 comma 7 agli avvocati titolari di pensioni di vecchiaia presso altri Enti, che siano stati iscritti alla Cassa in virtù delle nuove disposizioni, mentre non lo erano in precedenza per mancato superamento dei previgenti limiti di reddito, e dunque che siano stati iscritti già da pensionati, in quanto iscritti all’Albo: come, appunto, il caso del De Nunzio.

Da ciò si ricava che il regime contributivo degli Avvocati già titolari di pensione di vecchiaia, ma che ancora esercitino la professione essendo iscritti all’Albo, è diverso a seconda che gli stessi siano percettori di pensione dalla Cassa – nel qual caso sono esonerati dal versamento dei contributi minimi – ovvero siano pensionati presso altri Enti, nel qual caso l’esonero non opera, sicché gli stessi sono tenuti al versamento dei contributi minimi al pari degli altri iscritti. La lettura appena esplicata non implica profili di irragionevolezza né disparità di trattamento, essendo completamente differenti e non comparabili le situazioni di chi maturi il diritto alla prestazione previdenziale avendo versato nel corso della sua vita lavorativa i relativi contributi all’Ente erogatore, rispetto a chi venga iscritto per la prima volta alla Cassa in età pensionabile senza aver mai versato contribuzione in favore della stessa, e sia invece titolare di un trattamento pensionistico presso altro Ente previdenziale al quale ha in passato versato i contributi.

Non vanno dimenticati, infine, i principi generali imposti dalla legge dai quali discende l’autonomia regolamentare della Cassa forense, ispirati alla prioritaria esigenza di garantire l’equilibrio di bilancio: nella specie, il d. lgs. 509/1994, che ha trasformato la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense in ente di diritto privato, “... ferma restando la obbligatorietà della iscrizione e della contribuzione” (art. 1 comma 3), cui è riconosciuta “autonomia gestionale, organizzativa e contabile nel rispetto dei principi stabiliti dal presente articolo nei limiti fissati dalle disposizioni del presente decreto in relazione alla natura pubblica dell’attività svolta” (art. 2 comma 1), che si esercita attraverso l’adozione dello statuto e dei regolamenti (art. 1 comma 4). Dispone infatti l’art. 2 comma 2 che “La gestione economico- finanziaria deve assicurare l’equilibrio di bilancio mediante l’adozione di provvedimenti coerenti alle indicazioni risultanti dal bilancio tecnico da redigersi con periodicità almeno triennale”.

Da ciò deriva “... una sostanziale delegificazione – affidata dalla legge alla autonomia degli enti previdenziali privatizzati, entro i limiti ad essa imposti ... – per la disciplina, tra l’altro, del rapporto contributivo – ferma restando, tuttavia, l’obbligatorietà della contribuzione – e del rapporto previdenziale – concernente le prestazioni a carico degli stessi enti – anche in deroga a disposizioni di legge precedenti” (Cass. civ., sez. lav., 16-11-2009, n. 24202, che ha ritenuto legittima la disposizione regolamentare della Cassa che stabiliva la non restituibilità dei contributi versati in deroga ad una precedente disposizione normativa di segno contrario; conf., Cass. civ., sez. lav., 06-06-2011, n. 12209). I rilievi che precedono danno, all’evidenza, conto della manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata dalla difesa dell’appellato: sia per la specificità della disciplina del 2012 rispetto a quella generale del 2011; che della volontarietà della iscrizione all’Albo Professionale degli Avvocati quale presupposto di applicabilità della disciplina della Cassa Forense. Per l’insieme delle ragioni che precedono, l’appello va accolto, con integrale rigetto della domanda di prime cure. La novità delle questioni affrontate giustifica la compensazione integrale tra le parti delle spese del doppio grado di giustizia.

NOTA

 Si conferma la debenza della contribuzione minima per i pensionati “non” della Cassa. Con la sentenza in esame, la Corte d’Appello di Napoli ha ribaltato la pronuncia del giudice di prime cure, il quale aveva riconosciuto il diritto all’esenzione dal pagamento dei contributi minimi soggettivo e integrativo di cui all’art. 7, comma 4, del Regolamento di attuazione dell’art. 21, commi 8 e 9, legge 247/2012 – salvo l’obbligo di corrispondere gli eventuali contributi a percentuale dovuti in sede di autoliquidazione – a tutti i pensionati, anche se titolari di redditi pensionistici presso altri Enti. In proposito, giova rammentare che la disciplina pensionistica concernente gli avvocati iscritti all’Albo degli Avvocati si compone, oltre che del suindicato articolo, anche dell’art. 9 comma 7 del medesimo Regolamento, secondo cui non viene estesa ai titolari di pensione di vecchiaia o anzianità presso altri Enti l’agevolazione relativa alla riduzione alla metà della contribuzione minima soggettiva per i percettori di reddito inferiore ad Euro 10.300,00 (art. 9 comma 1).

Ciò posto, si osserva che la Corte d’Appello ha rilevato l’insanabile e palese conflitto che si verrebbe a creare tra le suindicate disposizioni nel caso in cui entrambe trovassero applicazione nei confronti dei pensionati di vecchiaia in generale, ove iscritti alla Cassa. Infatti, se così fosse, l’art. 9 comma 7 escluderebbe i titolari di pensione di vecchiaia o anzianità presso altri Enti dalla facoltà di versare una somma pari alla metà del contributo soggettivo minimo obbligatorio, contributo che, tuttavia, non dovrebbe essere affatto corrisposto, stante l’esonero dal versamento dei contributi minimi di cui all’art. 7 comma 4. Al contrario, l’interpretazione fornita dalla Cassa e avallata dal Collegio concilia le disposizioni in esame, riservando loro un diverso contesto applicativo: l’art. 7 comma 4 deve essere riferito esclusivamente agli avvocati che maturino il diritto a pensione di vecchiaia dalla Cassa, avendo versato a quest’ultima i necessari contributi nel corso dell’esercizio della propria professione; l’art. 9 comma 7, invece, a tutti gli avvocati titolari di pensione presso altri Enti, iscrittisi alla Cassa in età pensionabile, in adempimento 181 degli oneri prescritti dalla nuova normativa forense.

Inoltre, non vi è chi non veda come una diversa interpretazione contrasterebbe con la stessa ratio dell’art. 9 comma 7 del Regolamento di attuazione, il quale è stato elaborato con lo scopo di aiutare i giovani avvocati che percepiscono come reddito solo quello derivante dalla professione e non anche chi, in qualità di pensionato presso altro Ente, gode comunque di un reddito fisso a prescindere dall’esercizio professionale. Non solo: la parificazione dei pensionati presso altri Enti con i pensionati Cassa non terrebbe in alcuna considerazione la circostanza che il pagamento della contribuzione soggettiva minima è giustificato dal fatto che detti contributi garantiscono dopo minimo cinque anni l’erogazione da parte della Cassa di un trattamento pensionistico contributivo. Ciò posto, si precisa che già altre precedenti pronunce erano di recente pervenute alle medesime conclusioni dedotte dalla Corte d’Appello.

Al riguardo, il Tribunale di Napoli, con sentenza n. 1077/2017, esaminando il ricorso di un avvocato pensionato presso un altro Ente previdenziale, iscritto alla Cassa in seguito all’entrata in vigore della legge 247/2012, che riteneva di non dovere pagare la contribuzione minima in quanto l’art. 7 del Regolamento di attuazione adottato dalla Cassa prevede l’esonero dal pagamento della contribuzione minima in favore dei pensionati, ha respinto il ricorso, ritenendo che il professionista debba pagare la contribuzione con le sole facilitazioni previste dall’art. 7 e non anche quelle disciplinate dal successivo art. 9, con riduzione, pertanto, alla metà del contributo minimo soggettivo ed esonero dal pagamento del contributo minimo integrativo. Similmente, il Tribunale di Roma, nella sentenza n. 1167/2017, esaminando l’art. 2, comma 4, del Regolamento dei contributi (che prevede per i pensionati di vecchiaia dal primo anno successivo alla maturazione del diritto a pensione ovvero dalla maturazione dell’ultimo supplemento ove previsto, il pagamento di un contributo soggettivo nella misura del 7%), ha ritenuto, conformemente alla tesi della Cassa, che tale norma riguardi solo i pensionati Cassa e non anche i pensionati presso altri Enti. Stante quanto sopra, si osserva che la posizione assunta dalla Corte d’Appello di Napoli e dalle pronunce sopra richiamate sia, oltre che l’unica conciliabile con il contesto normativo di riferimento, anche la sola conforme ai capisaldi del sistema previdenziale stesso.

Infatti, come osservato dal Collegio, non potrebbe ragionevolmente equipararsi la situazione di chi sia stato iscritto alla Cassa durante l’intero esercizio della professione e ad essa abbia continuativamente versato i contributi, rispetto a chi si sia iscritto in età pensionabile e abbia, dunque, versato i contributi presso altro Ente da cui, già al momento dell’iscrizione alla Cassa, riceveva un trattamento pensionistico. Da ultimo, la Corte d’Appello, muovendo dai principi espressi dal D.lgs. 504/1994, ispirati alla prioritaria esigenza di garantire l’equilibrio di bilancio, ha ribadito l’autonomia regolamentare della Cassa, rammentando che l’attuale assetto è stato realizzato attraverso “... una sostanziale delegificazione – affidata dalla legge alla autonomia degli enti previdenziali privatizzati, entro i limiti ad essa imposti ... – per la disciplina, tra l'altro, del rapporto contributivo – ferma restando, tuttavia, l'obbligatorietà della contribuzione – e del rapporto previdenziale – concernente le prestazioni a carico degli stessi enti – anche in deroga a disposizioni di legge precedenti” (Cass. civ., sez. lav., 16-11-2009, n. 24202, che ha ritenuto legittima la disposizione regolamentare della Cassa che stabiliva la non restituibilità dei contributi versati in deroga ad una precedente disposizione normativa di segno contrario, nella specie l’art. 21 della l. n. 576/80; conf., Cass. civ., sez. lav., 06-06-2011, n. 12209 e, da ultimo, Cass., sez. lav., 02-03-2018, n. 4980, 13-02-2018, n. 3461, 17-07-2019, n. 19255 e 08-06-2020, n. 10866). In proposito, nel rammentare l’ordinanza n. 254/2016 del 18/10/2016 della Corte Costituzionale – nella quale, in ordine alla questione attinente la legittimità dei Regolamenti emanati dalla Cassa, sono stati, inter alia, ribaditi i medesimi principi di cui sopra –, appare opportuno fare menzione anche della sentenza n. 7/2017, depositata in data 11/01/2017, con la quale il giudice delle leggi ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della normativa che dispone l’obbligo di versamento al bilancio dello Stato delle somme derivanti dalla riduzione della spesa per consumi intermedi delle Casse di previdenza e di assistenza privatizzate. Seppur afferente ad altra questione, la pronuncia in esame rimarca l’autonomia della Cassa e la discrezionalità che caratterizza il relativo esercizio regolamentare, evidenziando che “l’ingerenza del prelievo statale rischia di minare gli equilibri che costituiscono elemento indefettibile dell’esperienza previdenziale autonoma […] cosicché ogni spesa eccedente il necessario finisce per incidere negativamente sul sinallagma macroeconomico tra contributi e prestazioni” in quanto la configurazione della norma (quella oggetto di valutazione di legittimità, n.d.r.) aggredisce, sotto l’aspetto strutturale “la correlazione contributi-prestazioni, nell’ambito della quale si articola la naturale missione delle Casse di previdenza di preservare l’autosufficienza del proprio sistema previdenziale”. Invero, per la Corte, “il relativo assetto organizzativo e finanziario, basato sul principio mutualistico, deve essere preservato in modo coerente con l’assunto dell’autosufficienza economica, dell’equilibrio della gestione e del vincolo di destinazione tra contributi e prestazioni”. Sempre la Corte Costituzionale, inoltre, con sentenza n. 67/2018, proprio esaminando la censura di incostituzionalità della norma di cui all’art. 10 della l. n. 576/80, in relazione all’art. 3 della Costituzione, nella parte in cui prevede un regime contributivo diversificato per gli avvocati pensionati della Cassa e per gli avvocati pensionati di altro ente ha espressamente affermato che “Lo speciale regime di favore, previsto per gli avvocati pensionati della Cassa, ha carattere eccezionale e derogatorio e si giustifica in ragione del fatto che si tratta di assicurati che hanno già ampiamente alimentato tale sistema previdenziale pagando per anni i dovuti contributi (soggettivo ed integrativo) fino a maturare il requisito contributivo sufficiente, in concorso con il requisito anagrafico, per conseguire la pensione di vecchiaia. Inoltre tale regime di favore costituisce un complemento dello stesso trattamento previdenziale in godimento. Invece, l’avvocato, che in precedenza non sia stato iscritto alla Cassa, non vi ha contribuito e, coerentemente, vi accede secondo il regime ordinario, non rilevando la circostanza che prima abbia contribuito ad altra gestione previdenziale fino a maturare il diritto alla pensione di vecchiaia.

Le due fattispecie poste in comparazione dal rimettente – quella dell’avvocato pensionato nel sistema dell’assicurazione generale obbligatoria gestito dall’INPS, che si iscrive all’albo ordinario dopo il pensionamento, e quella dell’avvocato pensionato di vecchiaia nel sistema di previdenza forense della Cassa, che rimane iscritto all’albo anche dopo la maturazione del diritto a tale trattamento pensionistico – non sono omogenee, sicché non ingiustificata è la disciplina differenziata che limita il più favorevole regime contributivo in misura ridotta ai soli avvocati pensionati della stessa Cassa”. Alla luce di tutto quanto sopra, la Corte d’Appello di Napoli ha rilevato l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata dall’appellato, stante la specificità della legge professionale forense del 2012 e la volontarietà dell’iscrizione all’Albo degli Avvocati quale presupposto per l’applicabilità della disciplina prevista dai Regolamenti di Cassa Forense.