Corte di Appello di Roma, 19 marzo 2019 n.1290

2/2019 MAGGIO - AGOSTO

di Chiara Malpica

CORTE DI APPELLO DI ROMA, 19 marzo 2019 n. 1290, Pres. Cannella, Est. Di Stefano - [omissis] c. Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense (Avv. Bella)

Avvocato – Previdenza – Contributo modulare – Quota modulare della pensione – Previdenza complementare –Esclusione.

Avvocato – Previdenza – Contributo modulare – Richiesta trasferimento a Fondo previdenza complementare – In-fondatezza – Richiesta restituzione contributo modulare – Infondatezza.

 

La quota modulare di pensione istituita dalla Cassa Forense a fronte del pagamento del contributo modulare obbligatorio, manca delle caratteristiche sostanziali e formali tipiche della previdenza complementare.
La contribuzione modulare obbligatoria versata alla cassa non può essere trasferita ad un fondo previdenziale complementare né restituita al professionista interessato.

 

FATTO E DIRITTO


Con ricorso al Tribunale di Roma, Giudice del Lavoro, Pazzaglia Aldo Antonio conveniva in giudizio la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense chiedendo che, previa dichiarazione di illegittimità della pretesa ba-sata sul c.d. contributo modulare obbligatorio, versato dal ricorrente nella misura di euro 525,00 dal 2010 al 2012, la Cassa convenuta fosse condannata a trasferire la relativa posizione presso il Fondo di Generali Italia spa o altro fondo pensionistico complementare, ai sensi del-l’art 14 comma 6 Dlgs 252/2005 o in subordine alla restituzione della somma.
La pretesa era illegittima in quanto denotava un invalido patto di pensione complementare tra le parti, a fronte della libertà di adesione che caratterizza la previdenza complementare, nonché illegittima sotto vari altri pro-fili. Chiedeva inoltre accertarsi la sussistenza di una pratica commerciale sleale da parte della Cassa con riserva di separata azione risarcitoria.

Il Tribunale, nel contraddittorio con la Cassa convenuta, ricostruiva il quadro normativo di riferimento osservando che il Regolamento della Cassa (art. 3) prevedeva tale contributo obbligatorio fino al 2012 stabilendo che “a decorrere dal 2010 è previsto un contributo soggettivo modulare pari all’1% del reddito dichiarato IRPEF” e precisando che tale contributo avrebbe formato il montante di calcolo della quota modulare della pensione; solo con Delibera del 5/9/2012 questa voce era stata eliminata e fatta riconfluire nella contribuzione soggettiva di base (che veniva aumentata dal 13% al 14%), rimanendo così in vita il solo contributo modulare facoltativo. Poiché il pagamento del Pazzaglia risaliva agli anni 2010-2012, quel contributo non poteva che essere qualificato come contributo di previdenza obbligatoria ai sensi della normativa regolamentare in allora vigente, e non riconducibile nell’ambito della previdenza complementare.
Le previsioni regolamentari che avevano imposto il detto versamento erano legittime in quanto espressione del-l’autonomia contabile, gestionale ed organizzativa degli enti previdenziali privatizzati, tanto da escludere qualsivoglia violazione del principio di legalità anche con riferimento alla normativa comunitaria.
Avverso tale sentenza ha proposto appello il Pazzaglia sulla base di motivi così riassumibili:

1. Aveva errato il giudice a non ammettere l’interroga-torio formale e la produzione documentale sulla natura complementare della contribuzione.
2. Il ricorrente non aveva chiesto di verificare se il con-tributo fosse obbligatorio, come accertato dal primo giu-dice, ma se tale obbligatorietà fosse legittima ovvero imposta da un atto viziato dal cattivo uso del potere impositivo.
3. Il giudice non aveva considerato che il regolamento, allo stesso tempo, imponeva e facoltizzava un medesimo contributo (obbligatorio in minima parte, 1%, e facoltativo per il resto, dall’1% al 10%), ciò che evidenziava l’illegittimità dell’atto per sviamento di potere.
4. Il giudice nemmeno aveva considerato il prospetto informativo del nuovo contributo modulare, dove la Cassa riconosce che l’obbligo iniziale del versamento dell1% era esclusivamente diretto a promuovere ed incentivare il versamento facoltativo, tanto è vero che dopo tre anni tale componente obbligatoria viene eliminata. Nel prospetto informativo si afferma che la pensione modulare è calcolata secondo i principi di tipo contributivo e che il relativo contributo consente al professionista di migliorare il livello di adeguatezza della propria pensione, finalità estranea all’equilibrio di bilancio previsto dagli artt. 1 e 2 D lgs. 509/94 (privatizzazione della Cassa), di cui pure parla il giudice per giustificare il potere impositivo; trattasi di giustificazione valida per la previdenza di base ma non per quella complementare. La Cassa aveva imposto un contributo fuori dai limiti della legge n. 509-94 e costruito una previdenza complementare fuori dai limiti della legge n. 252/2005 

5. Omessa considerazione dell’articolo pubblicato su “La Previdenza Forense” n. 3 del 2012, secondo cui, in sede di prima attuazione, a scopo promozionale e per il professionista “distratto”, era stato previsto un contributo soggettivo modulare minimo, pari appunto all’1% (e comunque a non meno di euro 185,00 per il 2012 ed euro 180,00 per il 2011), mentre dal 2013 non sarebbe stato più obbligatorio: in tal modo la Cassa avrebbe confessato, attraverso le dichiarazioni del difensore avv. Bella (non solo procuratore ma anche dipendente della Cassa) di aver veicolato presso i suoi iscritti un prodotto finanziario-assicurativo;
6. Contrasto dell’imposizione contributiva de qua con il Protocollo addizionale della Convenzione CEDU, ossia il principio secondo cui (Art. 1, Protezione della proprietà) “Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al ri-spetto dei suoi beni. Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di utilità pubblica e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale”

7. Violazione della riserva di legge posta dall’art. 23 Cost., secondo cui “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”, atteso che l’imposizione era qui avvenuta con atto regolamentare, senza che la legge, che fa da cornice al potere im-positivo (legge sulla privatizzazione della Cassa), avesse disposto alcunché sulla quantificazione del contributo modulare. Per il rispetto della riserva di legge è necessaria la preventiva determinazione di sufficienti criteri direttivi di base e linee generali di disciplina della discrezionalità amministrativa, qui pretermessi (Corte Cost. n. 190/2007). Il giudice avrebbe dovuto sollevare questione di legittimità costituzionale della legge di privatizzazione della Cassa, che le consente un eccessivo utilizzo del potere impositivo.
8. Violazione della direttiva 2005/29CE sulla pratica commerciale scorretta. Il giudice erra nell’affermare che la direttiva non è applicabile alle prestazioni previdenziali, e comunque avrebbe dovuto operare un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia. In ogni caso, aveva omesso di motivare sulla mancata applicazione della direttiva, con conseguente violazione della tutela giurisdizionale del suo assistito alla luce del diritto dell’Unione. Va premesso che i predetti motivi di appello, così sinteticamente riassunti, non si prestano ad essere esaminati secondo uno schema rigidamente ripartito, poiché formulati talora sulla base di argomenti relativi a diversi profili di una medesima doglianza, talaltra richiamati e posti a fondamento di plurime censure, sicché l’impronta espositiva della motivazione che segue sarà di carattere essenzialmente tematico.
L’appellante lamenta in primo luogo che il contributo modulare in esame, al contrario di quanto affermato dal primo giudice, attiene alla previdenza di tipo complementare, che, se tale, non può essere obbligatoriamente imposta, trattandosi di prerogativa propria della sola previdenza di base.
La censura non è condivisibile

Osserva la Corte che secondo il testo del regolamento in parola è evidente che la Cassa non ha introdotto al-cuna forma di pensione complementare: si consideri in proposito che la disposizione dell’art. 1, comma 4, del predetto D. lgs n 252/2005 sulla disciplina della pensione complementare prevede che “le forme pensionistiche complementari sono attuate mediante la costituzione, ai sensi dell’art. 4, di appositi fondi o di patrimoni separati, la cui denominazione deve contenere l’indicazione di fondo pensione, la quale non può essere utilizzata da altri soggetti”, ed il successivo art. 4 stabilisce che “i fondi pensione sono costituiti: a) come soggetti giuridici di natura associativa, ai sensi dell’art 36 del codice civile distinti dai soggetti promo-tori dell’iniziativa; b) come soggetti dotati di personalità giuridica…”; nella fattispecie, la struttura del contributo esula completamente da simili forme di attuazione proprie della previdenza complementare, con risultando mai costituito alcun fondo pensione.
Si è trattato, in realtà, della previsione di un contributo obbligatorio aggiuntivo, non a caso poi convogliato nella revidenza di base, destinato ad ampliare il montante contributivo su cui calcolare la pensione modulare, cui pertanto non può applicarsi il principio, espresso dal-l’art. 1 comma 2, del dlgs n. 252/2005, secondo il quale “l’adesione alle forme pensionistiche complementari disciplinate dal presente decreto è libera e volontaria”. L’espressione usata dalla stessa Cassa, secondo la quale il pagamento di questo contributo costituirebbe una sorta di “secondo salvadanaio personale” (rispetto a quello della contribuzione di base) per garantire una maggiore adeguatezza della futura pensione erogata dalla Cassa, soprattutto per i giovani iscritti (doc. 11, pag. 127), non ne muta la natura, che è e rimane obbligatoria, evidenziandosi solo una maggiore redditività e flessibilità dello strumento (come la illimitata deducibilità fiscale, l’applicazione di un interesse minimo garantito e la possibilità di variazione dei versamenti di anno in anno). Il contributo, pertanto, non si presenta come un tertium genus rispetto al contributo obbligatorio e a quello volontario, né qualificabile come “prodotto di natura finanziaria/assicurativa di diritto privato”, del quale difetta, se non altro, la preminente componente di rischio che caratterizza i contratti di assicurazione sulla vita (nelle varie modulazioni del collegamento della componente finanziaria a quella assicurativa). Dunque, il fatto che all’interno dello stesso contributo modulare abbiano per un certo tempo “convissuto” le due previsioni di contribuzione modulare obbligatoria e di contribuzione modulare volontaria, non rivela alcuno sviamento di potere in relazione al provvedimento adottato.
In realtà il contributo modulare, nella sua componente obbligatoria, non è scomparso, come sostenuto dall’appellante, ma ha incrementato, dal 2012 in poi, la com-ponente obbligatoria di base.
In ognuno dei due casi la Cassa ha legittimamente esercitato il potere impositivo derivantele dalla disciplina sulla privatizzazione n. 509/1994 in tema di previdenza obbligatoria.
Ne consegue altresì l’inapplicabilità al caso di specie dell’art. 14 del decreto legislativo in parola in tema di portabilità delle posizioni individuali.
Lo stesso carattere “promozionale” dell’iniziativa (di cui in più punti si duole l’appellante), volta ad introdurre un contributo obbligatorio di “traino” dei versamenti facoltativi, dimostra, unitamente al successivo assorbi-mento del contributo in quello soggettivo minimo di base, la genuina vocazione obbligatoria del contributo de quo e la sua funzionalità all’esigenza di sostenibilità del sistema previdenziale della Cassa e all’equilibrio di bilancio, al pari della contribuzione di tipo obbligatorio. Anche sotto questo profilo l’opera di “sensibilizzazione” al versamento del contributo facoltativo modulare attraverso l’introduzione di una componente obbligatoria non rivela alcun distorto esercizio del potere impositivo: circostanza del resto confermata dalla stessa Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione, la quale, interpellata proprio dall’odierno appellante circa la richiesta di trasferimento della quota modulare ad una forma pensionistica complementare, ha escluso che la posizione individuale del ricorrente potesse essere qualificata come tale nell’ambito di una forma di previdenza complementare, il cui novero è esattamente limitato dal dlgs 252/2005.
Il primo giudice ha poi correttamente escluso l’applicabilità al caso di specie della normativa comunitaria ri-guardante la pratica commerciale sleale.

Invero, la Cassa non opera stipulando con i propri iscritti dei contratti di diritto privato, ma esercita i poteri conferiteli dalla legge per imporre e modulare il versa-mento dei contributi necessari al perseguimento dei fini previdenziali e assistenziali suoi propri, che, pure dopo la privatizzazione dell’ente del 1994, mantengono inalterata la loro evidenza pubblicistica.
Laddove, peraltro, dovesse accendersi alla tesi propugnata dall’appellante dell’applicabilità della direttiva 2005/29/CE alla Cassa Forense quale “organismo di di-ritto pubblico incaricato di una missione di interesse generale” (arg ex sent CGUE 3 ottobre 2013 causa 59-12), osserva la Corte che rientrano nel campo di applicazione della direttiva quelle pratiche commerciali lesive degli interessi economici dei consumatori, da identificarsi attraverso due criteri, entrambi necessari: la contrarietà alla correttezza professionale, secondo le modalità in cui normalmente è valutata l’attività degli operatori concorrenti nel mercato, e la falsità della pratica o la sua idoneità a falsare in modo rilevante il comportamento economico del consumatore, che, in assenza della pratica scorretta, avrebbe posto in essere una scelta differente da quella effettivamente compiuta.
Nella specie, non ricorre alcuno di tali elementi: non il primo, poiché non emergono, né il ricorrente indica, i parametri di raffronto dell’attività pretesamente scorretta, ossia le pratiche commerciali, in tesi diverse adottate dagli altri Stati/operatori in competizione, che integrano il parametro di correttezza sul quale misurare la tecnica di contratto utilizzata in concreto dalla Cassa; nemmeno il secondo, poiché la previsione di una componente obbligatoria del contributo, in questo caso chiaramente distinta da quella facoltativa, ed altrettanto chiaramente connessa al beneficio previdenziale conseguente al suo versamento, nonché diretta ad una platea qualificata come quella degli iscritti ad una cassa di previdenza forense, al di là del pieno (ed invero incontestato) potere impositivo della Cassa in tema di contributi obbligatori, esclude in radice ogni alterazione o riduzione della capacità del destinatario di adottare una decisione di tipo commerciale consapevole.
La dichiarata finalità della Cassa di sensibilizzare gli iscritti sui vantaggi della preponderante componente facoltativa del contributo modulare esula dunque completamente dal raggio d’azione e dalla finalità di tutela del consumatore mediamente e ragionevolmente avveduto, che la direttiva 2005/29/CE si propone di garantire. n conclusione sul punto, l’estraneità della Cassa all’am-bito applicativo della direttiva “ratione personae”, e, in ogni caso, la mancanza in concreto dei presupposti di una pratica commerciale scorretta, consentono di ritenere superata ogni questione relativa al rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia ed infondata la censura relativa alla violazione della tutela giurisdizionale dell’appellante in forza del diritto dell’Unione.
Quanto alla violazione della riserva di legge di cui all’art. 23 della Costituzione (Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge), la pronuncia del Tribunale non appare in primo luogo riduttivamente circoscritta alla sussistenza di un potere impositivo della Cassa. con riferimento a quanto stabilito dal dlgs n. 509/1994, ritenersi la non manifesta infondatezza della violazione del principio di riserva di legge; ha altresì aggiunto che siffatta violazione era stata prospettata dal ricorrente, per la prima volta, in sede di note autorizzate. L’appellante dubita che la stessa formulazione “assicurare l’equilibrio di bilancio” costituisca un criterio idoneo a limitare l’esercizio discrezionale del potere normativo della Cassa.
Il rilievo risulta privo di fondamento.
L’art. 2 comma 1 dlgs 509/94 garantisce “autonomia gestionale, organizzativa e contabile” al nuovo ente privatizzato; il successivo comma 2 individua come limite generale alla suddetta autonomia il mantenimento dell’equilibrio di bilancio.
La necessità di criteri più stringenti del principio del-l’equilibrio di bilancio si scontra con la previsione del-l’autonomia gestionale organizzativa e contabile di cui sopra, così da risultare incompatibile con il sistema l’esistenza di limiti che, secondo l’appellante, dovrebbero spingersi fino a consentire di individuare in via immediata “l’importo in euro da riscuotersi”.
Il Tribunale ha certamente richiamato tale principio, ma ha anche aggiunto che l’esistenza di un criterio limita-tivo della discrezionalità dell’ente, ossia la necessità di assicurare l’equilibrio di bilancio, impedisce che possa con riferimento a quanto stabilito dal dlgs n. 509/1994, ritenersi la non manifesta infondatezza della violazione del principio di riserva di legge; ha altresì aggiunto che siffatta violazione era stata prospettata dal ricorrente, per la prima volta, in sede di note autorizzate. L’appellante dubita che la stessa formulazione “assicurare l’equilibrio di bilancio” costituisca un criterio idoneo a limitare l’esercizio discrezionale del potere normativo della Cassa.
Il rilievo risulta privo di fondamento.
L’art. 2 comma 1 dlgs 509/94 garantisce “autonomia gestionale, organizzativa e contabile” al nuovo ente privatizzato; il successivo comma 2 individua come limite generale alla suddetta autonomia il mantenimento dell’equilibrio di bilancio.
La necessità di criteri più stringenti del principio del-l’equilibrio di bilancio si scontra con la previsione del-l’autonomia gestionale organizzativa e contabile di cui sopra, così da risultare incompatibile con il sistema l’esistenza di limiti che, secondo l’appellante, dovrebbero spingersi fino a consentire di individuare in via immediata “l’importo in euro da riscuotersi”. A conferma della sufficienza del criterio individuato dalla legge, si consideri che l’art. 3, comma 4, del dlgs 509/94 ha lasciato inalterata l’operatività della disciplina della contribuzione previdenziale già vigente nei singoli ordinamenti degli enti privatizzati.
Inoltre, l’art. 3, comma 12, L 335/95 (Riforma Dini sulla delegificazione) ha stabilito che, per “assicurare l’equilibrio di bilancio”, gli enti previdenziali privati possono adottare i necessari “provvedimenti di variazione delle ali-quote contributive, di riparametrazione dei coefficienti di rendimento e di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico nel rispetto del principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto all’introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti” (v. Cass. 19981/17).
A corollario, la Corte Costituzionale, con pronuncia n. 7/2017, ha recentemente riaffermato la natura privati-stica delle Casse, dichiarando l’illegittimità costituzionale della normativa che dispone l’obbligo di versare al bilancio dello Stato i risparmi di spesa di tali enti. Dunque, in relazione alla Cassa forense, “l’equilibrio del bilancio ed il pro rata in relazione alle anzianità già maturate” sono principi che segnano efficacemente i limiti della riserva imposti dalla legge delegante.
Il principio della riserva di legge risulta rispettato anche sotto il profilo della introduzione del contributo modulare obbligatorio con lo strumento del regolamento. La legge n.335/95 ha attuato una sostanziale delegificazione della materia (v Cass. N. 24202/2009; Corte Cost. n. 254/2016; Cass n. 15135/2014), con la quale si è ri-conosciuta agli istituti privati una piena autonomia regolamentare.
In particolare, la conformità al dettato costituzionale dei regolamenti della Cassa è stata sancita nell’ordinanza n. 254/16 Corte Cost., in cui si afferma che tali regolamenti “sono riconducibili ad un processo di privatizzazione degli enti pubblici di previdenza e assistenza che si inserisce nel contesto del complessivo riordinamento o della soppressione di enti previdenziali”.
Ancor più di recente la Suprema Corte ha ribadito che le Casse privatizzate, nei limiti stabiliti dalla legge di privatizzazione, godono di un potere di autoregolamentazione delle prestazioni previdenziali, anche in deroga alle disposizioni delle leggi precedenti (Cass. 13.2.2018, n. 3461). Il Consiglio di Stato, con il parere n. 1530/97, era già intervenuto sulla materia, affermando che l’art. 3, comma 12, L 335/95, in tema di determinazione della base pensionabile, aveva riconosciuto a tali enti “una sfera di autonomia senza dubbio maggiormente ampia rispetto alle previsioni già contenute nel Dlgs n. 509/94”, ed altresì riconosciuto, stante il valore meramente programmatico e non precettivo della suddetta norma, la facoltà delle Casse di aumentare il periodo di riferimento della base pensionabile ai fini del calcolo della pensione, anche con previsioni difformi da quanto stabilito da precedenti normative.
In tale contesto è ben difficile sostenere che la previsione di un contributo mediante adozione di un atto di natura regolamentare da parte della Cassa integri un “abuso” della potestà normativa attribuitale per legge, e si ponga per ciò in contrasto con le norme dell’ordinamento in-terno e comunitario.
In particolare non risulta compromessa, come invece ri-tenuto dall’appellante, la tutela del diritto di proprietà di cui all’art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU, secondo cui 1. Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di utilità pubblica e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale.
Il concetto di proprietà indicato dal Protocollo, ricondotto alla più ampia accezione di “bene” della persona fisica o giuridica, configura senz’altro una nozione autonoma e sovranazionale del diritto di proprietà, rafforzandone la tutela rispetto a quella garantita dal singolo ordinamento, ma la Corte stessa ha precisato che la violazione della Convenzione, sotto il profilo della tutela del diritto in esame, è da raccordarsi alle ipotesi di “in-gerenza illegale nel diritto al rispetto dei beni…”: la ricostruzione del potere regolamentare degli enti previdenziali privatizzati disegnato dalla normativa interna al nostro ordinamento (dlgs 509/94 e L 335/95), come interpretato dai giudici di legittimità e dalla stessa Corte Costituzionale, non consente certo di relegare l’esercizio del potere regolamentare il parola al di fuori di un sistema di legalità.
Va inoltre osservato che il comma 2 del medesimo arti-colo 1 del Protocollo stabilisce che 2. “Le disposizioni precedenti non portano pregiudizio al diritto degli Stati di mettere in vigore leggi da essi ritenute necessarie per disciplinare l’uso dei beni in modo conforme all’interesse generale o per assicurare il pagamento delle imposte o di altri contributi o delle ammende”.
Siffatta disposizione introduce dunque nel sistema stesso della CEDU la facoltà degli Stati membri di fare uso di un certo “margine di apprezzamento” in ordine alla portata delle clausole di interferenza previste dalla Convenzione, lasciando ai singoli Stati un certo spazio di manovra prima che si configuri la concreta violazione di una libertà stabilita dalla suddetta Convenzione. Ciò posto, l’esercizio del potere impositivo, realizzato nella fattispecie in forma delegificata dalla Cassa, pare potersi inserire proprio in tale contesto, in cui l’esigenza di assicurare “il pagamento …di altri contributi”, può es-sere ricondotta a quel margine di apprezzamento con-sentito dalla norma, collocando all’interno del confine della legalità la misura in concreto adottata.
Per quanto fin qui esposto, l’appello non merita accoglimento e deve essere respinto.

Le spese seguono la soccombenza, liquidate in dispos-tivo.
Sussistono le condizioni oggettive richieste dall’art. 13 comma 1 quater del dpr n. 115/2002 per il versamento dell’ulteriore importo del contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

NOTA
La Corte d’Appello di Roma chiamata a decidere sulla richiesta di trasferimento, ai sensi dell’art. 14 del D.Lgs. n.252/2005, della contribuzione modulare obbligatoria versata alla Cassa al fondo previdenziale individuato dall’appellante, ovvero, in subordine, alla restituzione del detto importo in quanto illegittimamente richiesto, ha ritenuto inapplicabili
alla fattispecie le disposizioni di cui al citato decreto legislativo. Si evidenzia, al riguardo, che l’art. 1, comma 4, del D.Lgs., prevede che “le forme pensionistiche complementari sono attuate mediante la costituzione, ai sensi dell’art. 4, di appositi fondi o di patrimoni separati, la cui denominazione deve contenere l’indicazione di un fondo pensione, la quale non può essere utilizzata da altri soggetti.” Ed il successivo art. 4 stabilisce che “i fondi pensione sono costituiti: a) come soggetti giuridici di natura associativa, ai sensi dell’art. 36 c.c., distinti dai soggetti promotori dell’iniziativa; b) come soggetti dotati di personalità giuridica…”. Mentre l’art. 1 del Regolamento dei contributi della Cassa, adottato con delibera del Comitato dei Delegati del 19/09/ 2008, approvato con Decreto Ministeriale del 19/11/2009 (pubblicato nella G.U. del 31/12/2009), prevedeva che “sono dovuti alla Cassa, in forza dell’art. 1, comma 3, del D. Lgs.n. 509/94 ed in conformità a quanto stabilito dal presente Regolamento i seguenti contributi: 1) Contributo soggettivo di base e modulare; 2) Contributo integrativo; 3) Contributo di maternità”; il successivo art. 3 - rubricato “contributo soggettivo modulare obbligatorio” prevedeva, poi, che tutti gli iscritti alla Cassa e gli Avvocati tenuti all’iscrizione alla Cassa fossero “tenuti a versare, a decorrere dal 2010, un contributo modulare di base pari all’1% del reddito professionale netto dichiarato ai fini irpef […] destinato al montante individuale nominale su cui si
calcola la quota modulare del trattamento pensionistico. È in ogni caso dovuto un contributo minimo pari a € 160,00 per l’anno 2010 e € 180,00 per l’anno 2011”. Orbene, sulla base dell’analisi delle norme di riferimento, la Corte d’Appello di Roma ha posto in rilievo come la quota modulare di pensione istituita dalla Cassa a fronte del pagamento del contributo modulare obbligatorio, manchi delle caratteristiche sostanziali e formali tipiche della previdenza complementare. Il giudice d’appello, quindi, dopo aver evidenziato che la modifica dell’impianto originario della contribuzione modulare (che inizialmente distingueva un contributo modulare obbligatorio e uno facoltativo) non comprovava, anche a seguito dell’abolizione del contributo modulare obbligatorio (peraltro, non scomparso ma piuttosto confluito nella contribuzione soggettiva di base), alcuna diversa natura della detta contribuzione, ha confermato il corretto esercizio del potere impositivo da parte della Cassa derivantale dal processo di privatizzazione realizzatosi con la legge n. 509/1994 e, pertanto, la legittimità dei Regolamenti adottati
dall’Ente per l’introduzione e la regolamentazione del con- tributo modulare obbligatorio. Detta pronuncia si pone, pertanto, nel solco di quella, ormai copiosa, giurisprudenza formatasi in merito alla riconosciuta autonomia normativa e regolamentare della Cassa.Appare appena il caso di rammentare, infatti, che la Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 3461/2018 ha riaffermato il principio già espresso dalla Corte Costituzionale (Corte Cost. n. 254/2016 del 18/10/2016), in base al quale, in virtù dell’esigenza di stabilità di bilancio quale
principale limite funzionale all’esercizio dei suoi poteri regolamentari, la Cassa può, con proprio regolamento, addirittura abrogare disposizioni di legge. Successivamente poi, come noto, la Cor- te Costituzionale, con la sentenza n. 67/2018, ha nuova- mente confermato i principi già espressi in precedenza in or- dine all’autonomia regolamentare che caratterizza gli enti previdenziali privatizzati, affermando che “l’abbandono di un sistema interamente disciplinato dalla legge, dopo la trasformazione della Cassa in fondazione di diritto privato, al pari di altre Casse
categoriali di liberi professionisti, in forza del D.Lgs. n. 509/1994, e l’apertura all’autonomia regolamentare del nuovo ente non hanno indebolito il criterio solidaristico”, “con il citato D.Lgs. n. 509 del 1994, il legislatore delegato, in attuazione di un complessivo disegno di riordino della previdenza dei liberi professionisti, ha arretrato la linea d’intervento della legge (si è parlato in proposito di delegificazione della disciplina: da ultimo, Cassazione Civile, n. 3461/2018), lasciando spazio alla regolamentazione privata delle fondazioni categoriali, alle quali è assegnata la missione di modellare tale forma di previdenza. Rientra ora nell’autonomia regolamentare della Cassa dimensionare la contribuzione degli assicurati […] assicurando l’equilibrio di bilancio(art. 2, del D. Lgs. N., 509 del 1994) e senza necessità di finanziamenti pubblici diretti o indiretti (art. 1, comma 3del medesimo decreto legislativo), che sono anzi esclusi (sentenza n. 7/2017)”.Ebbene, come del resto condiviso anche dalla Corte d’Appello di Roma nell’annotata sentenza – in un tale contesto non può sostenersi che la previsione di un contributo mediante adozione di un atto avente natura regolamentare da parte della Cassa integri un uso illegittimo della potestà normativa attribuitale per legge, e si ponga perciò in contrasto con le
norme dell’ordinamento interno e comunitario. La Corte, quindi, ha escluso, altresì, la contrarietà delle previsioni regolamentari in materia anche con riguardo alla normativa comunitaria inerente la pratica commerciale sleale (direttiva 2005/29/CE). Il giudice d’appello ha, infatti,correttamente rilevato che la Cassa non opera stipulando con i propri iscritti contratti di diritto privato ma piuttosto esercita i poteri conferitile dalla legge per imporre e regolamentare il pagamento dei contributi necessari al perseguimento dei fini istituzionali suoi propri che, anche a seguito della privatizzazione dell’ente del 1994, mantengono inalterata la loro evidenza pubblicistica.Sulla natura pubblicistica della funzione svolta dalla Cassa anche a seguito della privatizzazione, si era, del resto, già più volte espressa la giurisprudenza. Proprio recentemente,la Corte di Appello di Bari, chiamata a pronunciarsi sulla diversa fattispecie della legittimità della riscossione a mezzo ruolo, con la sentenza n. 1215/2017, ha affermato che la Cassa, pur dopo la sua privatizzazione (d.lgs. 30 giugno
1994 n. 509), non ha modificato il carattere pubblicistico delle attività previdenziali e assistenziali svolte in favore degli iscritti. Nello stesso senso la Corte di Cassazione, nella già citata sentenza n. 3461/2018, ha affermato che il nuovo ente, sorto per effetto del D. Lgs. 30 giugno 1994, n. 509 inattuazione della delega conferita dalla L. 24 dicembre 1993,
n. 537, art. 1, comma 32, “ha assunto la personalità giuridica di diritto privato con il mantenimento dei poteri di controllo
ministeriale sui bilanci e di intervento sugli organi di amministrazione (oggi più penetranti per effetto dell’art. 14
l. n. 111/2011) in aggiunta alla generale soggezione al controllo della Corte dei Conti ed a quello politico da parte della Commissione parlamentare di cui all’art. 56 della legge n.88/1989: dunque è rimasto immutato il carattere pubblicistico dell’attività istituzionale di previdenza e assistenza svolta dall’ente originario [..]”