Tribunale di Avezzano 5.11.2019/11.2.2020 n. 321

1/2020 GENNAIO- APRILE

Tribunale di Avezzano 5.11.2019/11.2.2020 n. 321. Giud. Fiduccia, Giacchetti (Avv. Guanciale) c. Agenzia delle Entrate Riscossione (Avv. Tracanna) e Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense (Avv. Sabatini).

Riscossione delle imposte – Cartella di pagamento – Notifica con raccomandata – Momento di perfezionamento della notifica. Previdenza e assistenza sociale – Previdenza dei liberi professionisti – Avvocati – Previdenza Forense – Annullamento debiti fino a mille euro – Inapplicabilità dell’art. 4 d.l. n. 119/2018 alle quote di competenza della Cassa Forense.

In tema di notifica della cartella esattoriale, la prova del perfezionamento del procedimento di notificazione e della relativa data è assolta mediante la produzione dell’avviso di ricevimento, poiché una volta pervenuta all’indirizzo del destinatario, la cartella esattoriale deve ritenersi a lui ritualmente consegnata, stante la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 c.c.,fondata sulle uniche e concludenti circostanze integranti i requisiti di cui all’art. 2729 cc) della spedizione e dell’ordinaria regolarità del servizio postale, superabile solo se il contribuente dimostri di essersi trovato senza sua colpa nell’impossibilità di prenderne cognizione

È inapplicabile alle quote di competenza della Cassa Forense l’art. 4 del d.l. n.119/2018, che prevede l’annullamento dei debiti residui fino a mille euro.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è parzialmente fondato e merita accoglimento nei limiti di quanto segue.

Va preliminarmente osservato che il vigente sistema di tutela giurisdizionale per le entrate previdenziali (ed in genere per quelle non tributarie) prevede le seguenti forme di tutela per il contribuente: a) proposizione di opposizione al ruolo esattoriale per motivi attinenti al merito della pretesa contributiva (quali contestazioni sull’an e sul quantum; eventi estintivi, impeditivi o modificativi del credito avvenuti prima della notifica della cartella o dell’avviso di addebito; eventi che impediscono l’iscrizione al ruolo) ai sensi del D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 6, ovverosia nel termine di giorni quaranta dalla notifica della cartella di pagamento, davanti al giudice del lavoro; b) proposizione di opposizione ai sensi dell’art. 615 c.p.c., per questioni attinenti non solo alla pignorabilità dei beni, ma anche al difetto originario o sopravvenuto del titolo esecutivo (ad esempio inesistenza giuridica della cartella, sospensione del ruolo da parte del giudice del lavoro, fatti estintivi della pretesa successivi alla formazione del titolo esecutivo quali prescrizione o pagamento successivi alla notifica della cartella di pagamento o dell’avviso di addebito) vanno qualificatati come motivi di opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. (in virtù del richiamo alle forme ordinarie di opposizione contenuto nell’art. 29 D.Lgs. n. 46 del 1999), non sottoposti a termini decadenziali); c) proposizione di una opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 c.p.c., ovverosia nel termine perentorio di venti giorni, in relazione a motivi attinenti la regolarità formale del titolo esecutivo, degli atti della riscossione e della stessa procedura di riscossione (Trib. Catania, Sez. Lav., 19.1.2018; Trib. Roma, Sez. Lav. 1.3.2017).

Orbene, nel caso di specie, l’opposizione deve essere qualificata opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c., nella parte in cui il ricorrente ha fatto valere con essa un fatto estintivo (la prescrizione) del credito contributivo della Cassa Forense, successivo, in assunto, alla formazione del titolo esecutivo (le cartelle di pagamento). Occorre quindi esaminare la ritualità o meno della notifica delle cartelle di pagamento n. 054 2007 00021152 83 000 e n. 054 2008 00120796 14 000. Sin dal ricorso introduttivo, Giacchetti Assirto ha dichiarato di non aver mai ricevuto notifica di tali atti, “preannunciando” di voler proporre querela di falso avverso le sottoscrizioni apposte nell’avviso di ricevimento delle due cartelle contestate. All’udienza del 5.4.2016, sulla produzione da parte di Equitalia Centro delle copie conformi all’originale degli avvisi di ricevimento contestati, il ricorrente disconosceva ex art. 214 e ss. c.p.c. le sottoscrizioni apposte sulle cartelle di pagamento in questione, poiché apocrife e a lui non riferibili e proponeva querela di falso avverso le suddette sottoscrizioni.

La querela di falso proposta dalla ricorrente non veniva, tuttavia, autorizzata nel corso del giudizio: la stessa deve, infatti, ritenersi inammissibile.

Va al riguardo osservato che, secondo consolidata giurisprudenza di legittimità, la prova del perfezionamento del procedimento di notificazione della cartella di pagamento ex art. 26, D.P.R. n. 602/1973 è assolta mediante la produzione dell’avviso di ricevimento, poiché, una volta pervenuta all’indirizzo del destinatario, la cartella esattoriale deve ritenersi a lui ritualmente consegnata, stante la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 c.c., fondata sulle univoche e concludenti circostanze (integranti i requisiti di cui all’art. 2729 c.c.) della spedizione e dell’ordinaria regolarità del servizio postale, e superabile solo ove il destinatario dimostri di essersi trovato, senza sua colpa, nell’impossibilità di prendere cognizione (ex pluribus: Cass. 28.12.2018, n. 33563; Cass. 16.1.2006, n.758, in un caso nel quale la S.C. aveva confermato la sentenza di merito che, a fronte di una raccomandata ricevuta all’indirizzo del destinatario, aveva ritenuto irrilevante che la firma della persona che materialmente aveva ricevuto la copia dell’atto fosse illeggibile).

Nella notifica a mezzo posta, difettando apposite previsioni nella disciplina postale, non è necessaria alcuna relata di notifica o annotazione specifica sull’avviso di ricevimento in ordine alla persona cui è stato consegnato il plico e l’atto, pervenuto all’indirizzo del destinatario, deve ritenersi ritualmente consegnato a quest’ultimo, stante la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 c.c., superabile solo se il destinatario provi di esseri trovato nell’impossibilità, senza sua colpa, di prenderne cognizione (Cass. 21.2.2019, n. 5077). Orbene, nel caso di specie, costituendosi in giudizio, Equitalia Centro s.p.a. ha depositato ritualmente copie (attestate dallo stesso Agente della riscossione conformi all’originale) degli avvisi di ricevimento delle raccomandate contenenti le cartelle n. 054 2007 00021152 83 000 e n. 054 2008 00120796 14 000, dai quali si evince la consegna, rispettivamente alle date del 18.5.2007 e del 30.6.2008, presso l’indirizzo di Via Monte San Michele n. 7, in Avezzano.

La circostanza che i predetti atti siano pervenuti all’indirizzo del destinatario non è stata specificamente contestata dal ricorrente, il quale si è limitato a dichiarare di non aver mai ricevuto le due cartelle e a disconoscere la riferibilità a sé della firma apposta sugli avvisi di ricevimento delle relative raccomandate. Essendo, pertanto, incontestato che le raccomandate in questione erano giunte all’indirizzo del destinatario, non incombeva al mittente individuare l’effettivo sottoscrittore: “infatti, poiché, in caso di raccomandata, le sole indicazioni che devono risultare dall’avviso di ricevimento ai fini della validità della comunicazione sono quelle prescritte dal regolamento postale, quando l’atto sia consegnato a persona non identificata o diversa dal destinatario, non è ravvisabile alcuna nullità se l’avviso, debitamente consegnato nel domicilio del destinatario, sia sottoscritto da persona ivi rinvenuta, ma della quale non risulti la qualità in relazione col destinatario dell’atto, salva la facoltà di quest’ultimo di dimostrare, ma solamente proponendo querela di falso, l’assoluta estraneità della persona che ha sottoscritto l’avviso alla propria sfera personale o familiare” (Cass., 20.3.2014, n. 6614).

Devono, pertanto, ritenersi ritualmente notificate le cartelle di pagamento nn. 054 2007 00021152 83 000 e 054 2008 00120796 14 000, alle date, rispettivamente, del 18.5.2007 e del 30.6.2008. Ne discende, sotto un primo profilo, l’inammissibilità del motivo di doglianza relativo alla presunta decadenza ex art. 25, D.P.R. n. 602/1973, trattandosi di vizio attinente alla regolarità formale del titolo esecutivo, da far valere, a pena di decadenza, mediante l’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c., a pena di decadenza, nel termine di 20 giorni dalla notifica del titolo medesimo (le cartelle di pagamento ritualmente notificate). Quanto, invece, alla disamina del fatto estintivo successivo alla notifica dei titoli esecutivi, come osservato anche dalla Cassa Forense, l’art. 3, della legge n. 335/1995 ha ridotto il termine di prescrizione dei contributi previdenziali da 10 a 5 anni e la costante giurisprudenza di legittimità ha ritenuto tale normativa applicabile anche alla Cassa Forense. Nondimeno, l’art. 66, legge n. 247/2012 ha reintrodotto, per i crediti contributivi della Cassa Forense, il termine decennale di prescrizione, prevedendo espressamente che la disciplina in materia di prescrizione dei contributi previdenziali di cui all’art. 3, della legge n. 89 335/1995, non si applica alle contribuzioni dovute alla Cassa Nazionale di Previdenza e di Assistenza Forense.

La giurisprudenza di legittimità, seguita da quella di merito, ha, tuttavia, osservato che il citato art. 66, non avendo natura di norma di interpretazione autentica, non ha efficacia retroattiva e si applica solo per il futuro nonché alle prescrizioni non ancora maturate secondo il regime precedente (Cass. 18.3.2013, n. 6729; Trib. Milano, Sez. L., 30.6.2016). Deve, dunque, accertarsi se alla data di entrata in vigore della legge n. 247/2012, ossia al 2.2.2013, fosse già decorsa la prescrizione quinquennale maturata successivamente alla notifica dei titoli esecutivi (le cartelle di pagamento). In relazione alla cartella n. 054 2007 00021152 83 000, notificata il 18.5.2007, il credito contributivo vantato da Cassa Forense era già prescritto (per il decorso del quinquennio, secondo il regime di prescrizione applicabile ratione temporis anche ai contributi della Cassa Forense, ossia quello generale previsto dall’art. 3, legge n. 335/1995) alla data del 2.2.2013, di entrata in vigore della legge n. 247/2012. Diversamente il credito portato dalla cartella n. 054 2008 00120796 14 000, ritualmente notificata il 30.6.2008, non è prescritto: alla data del 2.2.2013 non era ancora decorso, infatti, il termine quinquennale di prescrizione, mentre, alla data della notifica dell’intimazione di pagamento (28.11.2015), non era ancora decorso il (nuovo) termine decennale di prescrizione introdotto dall’art. 66, legge n. 247/2012, entrambi decorrenti dalla data della notifica della cartella di pagamento (30.6.2008).

Resta da esaminare la questione relativa all’applicabilità o meno dell’art. 4, D.L. n. 119/2018 convertito in legge n. 136/2018 ai crediti vantati dalla Cassa Forense. La disposizione da ultimo richiamata, rubricata “Stralcio dei debiti fino a mille euro affidati agli agenti della riscossione dal 2000 al 2010”, prevede, al comma 1, che i debiti di importo residuo fino a mille euro (comprensivo di capitale, interessi e sanzioni), risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1.1.2000 al 31.12.2010, ancorché riferiti alle cartelle per le quali è già intervenuta la richiesta di cui al successivo art. 3, sono automaticamente annullati.

Tale disposizione deve essere interpretata sistematicamente alla luce del precedente art. 3 (richiamato, d’altra parte, nello stesso testo dell’art. 4, D.L. n. 119/2018), la quale disciplina la diversa fattispecie della definizione agevolata, prevedendo, al comma 1, che “i debiti, diversi da quelli di cui all’articolo 5, risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017” possono essere estinti, versando le somme specificamente indicate dalla norma, “senza corrispondere le sanzioni comprese in tali carichi, gli interessi di mora di cui all’articolo 30, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, ovvero le sanzioni e le somme aggiuntive di cui all’articolo 27, comma 1, del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46”.

Orbene, deve ritenersi che la definizione agevolata (art. 3, D.L. n. 119/2018) e lo stralcio (art. 4, D.L. n. 119/2018) trovino applicazione a posizioni debitorie aventi la medesima origine, ossia unicamente ai crediti tributari e a quelli ad essi assimilati perché di titolarità dello Stato e di altri enti pubblici. Conforta tale opzione ermeneutica il richiamo, operato dall’art. 3, D.L. n. 119/2018, alle sanzioni e somme aggiuntive previste dall’art. 27, D.Lgs. n. 46/1999, norma quest’ultima che, appunto, si riferisce alle sanzioni e somme aggiuntive “sui contributi o premi dovuti agli enti pubblici previdenziali”.

Manca, d’altra parte, nel richiamato art. 3 del D.L. n. 119/2018, un espresso riferimento all’art. 18, comma 4, legge n. 576/1980, che, invece, disciplina la sanzione dovuta in caso di omesso tempestivo versamento dei contributi dovuti alla Cassa Forense, o comunque un riferimento alle sanzioni previste per l’omesso o tardivo pagamento dei contributi dovuti ad enti previdenziali privati. Se, dunque, l’istituto della definizione agevolata ex art. 3, D.L. n. 119/2018, non trova applicazione ai crediti contributivi degli enti previdenziali privati, a fortiori a tale tipologia di crediti non può essere estesa neppure la disciplina dello stralcio prevista dal successivo art. 4, che addirittura prevede l’integrale annullamento del debito del contribuente: oggetto dell’annullamento previsto da tale ultima norma, pertanto, possono essere unicamente le somme affidate agli agenti della riscossione da parte dello Stato o di altri enti pubblici (in senso conforme: Trib. Palermo, ord. 19.7.2019).

La Cassa Forense non appartiene a tali categorie di soggetti, posto che, in forza del D.Lgs. n. 509/1994, a partire dall’1.1.1995, è stata trasformata in ente di diritto privato, il quale svolge le funzioni volte “ad assicurare agli avvocati, che hanno esercitato la professione con carattere di continuità, ed ai loro superstiti un trattamento previdenziale in attuazione dell’art. 38 della Costituzione ed in conformità a quanto previsto dalla legge, dallo Statuto e dai Regolamenti”, “erogare assistenza a favore degli iscritti indicati nell’art. 6 e loro congiunti, nonché di altri aventi titolo, secondo quanto previsto dalla legge, dallo Statuto e dai Regolamenti”, “gestire forme di previdenza integrativa e complementare nell’ambito della normativa generale vigente” (art. 2, Statuto Cassa Forense).

L’interpretazione poc’anzi offerta, del resto, si presenta come l’unica compatibile con il dettato costituzionale e, segnatamente, con l’art. 42, comma 3, Cost., posto che, diversamente opinando, si consentirebbe allo Stato l’esercizio di un potere ablatorio di fatto su crediti vantati da un soggetto privato, qual è la Cassa Forense, nonché con l’art. 38, comma 2, Cost., posto che un annullamento d’ufficio dei crediti vantati dalla Cassa Forense nei confronti dei propri iscritti potrebbe pregiudicare l’erogazione delle prestazioni previdenziali ed assistenziali di cui l’ente si fa carico nei confronti di questi ultimi.

Si aggiunga che l’art. 1, D.Lgs. n. 504/1994, prevede l’autonomia finanziaria, contabile e gestionale degli enti previdenziali ed assistenziali privatizzati ed, ai sensi del comma 3, vieta agli stessi l’accesso a qualunque forma di finanziamento pubblico diretto o indiretto; che, inoltre, l’art. 24, comma 22, D.L. n. 201/2011, al fine di garantire la sostenibilità economico-finanziaria delle prestazioni erogate nel lungo periodo dagli enti in questione, impone agli stessi stringenti vincoli di bilancio tali da garantire l’equilibrio tra proventi ed oneri della gestione per un periodo di cinquanta anni. L’azzeramento dei crediti contributivi dovuti alla Cassa Forense inciderebbe, quindi, pesantemente sulle esigenze di bilancio dell’ente, sulle sue condizioni patrimoniali e sulla capacità di continuare ad erogare prestazioni previdenziali ed assistenziali in favore dei propri iscritti.