Tribunale di Roma 20.9.2018 n. 6783

1/2019 GENNAIO - APRILE

Tribunale di Roma 20.9.2018 n. 6783, Giud. Consiglio, Del Soldato (Avv. Pazzaglia) c. Cassa nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense (Avv. Bella).

Avvocato - Previdenza – Obbligo iscrizione Cassa Forense – Limitazione esercizio attività professionale - Esclusione.

Avvocato – Previdenza - Contributi – Obbligo contributo minimo – Legittimità.

 

L’obbligazione previdenziale (iscrizione cassa e versamento contributi) non condiziona l’esercizio dell’attività professionale, ma discende come conseguenza della medesima, atteso che il rapporto previdenziale presuppone il rapporto lavorativo.

La previsione di un contributo minimo a carico di tutti gli esercenti la professione forense risponde alle esigenze solidaristiche della categoria ed è volta ad assicurare un trattamento previdenziale minimo anche nel caso di redditi modesti percepiti.

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Il ricorso va respinto perché infondato.
Giova in primo luogo ricordare che la Corte Costituzionale, con la recente sentenza n. 67/2018, ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 10 e 22, secondo comma, della legge n. 576/80 (riforma del sistema previdenziale forense) sollevate in riferimento agli artt. 3 e 38 della Costituzione e dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale delle medesime norme sollevate in riferimento all’art. 53, primo comma, della Costituzione. In particolare ha ritenuto il giudice delle leggi che “Rientra nell’autonomia regolamentare della Cassa dimensionare la contribuzione degli assicurati nel modo più adeguato per raggiungere la finalità di solidarietà mutualistica che la legge le assegna, assicurando comunque l’equilibrio di bilancio (art. 2, comma 2, del d.lgs. n. 509 del 1994) e senza necessità di finanziamenti pubblici diretti o indiretti (art. 1, comma 3, del medesimo decreto legislativo), che sono anzi esclusi (sentenza n. 7 del 2017).

È tale connotazione solidaristica che giustifica e legittima l’obbligatorietà - e più recentemente l’automaticità ex lege - dell’iscrizione alla Cassa e la sottoposizione dell’avvocato al suo regime previdenziale e segnatamente agli obblighi contributivi.” Ha inoltre chiarito il medesimo giudice che “Per altro verso, l’avvocato pensionato nella gestione INPS, iscritto alla Cassa, che di fatto non possa accedere alla pensione di anzianità o di vecchiaia, può in ogni caso maturare, dopo cinque anni di contribuzione, la pensione contributiva di vecchiaia, secondo quanto previsto dal Regolamento generale della Cassa. La normativa regolamentare della Cassa (art. 8 del Regolamento per le prestazioni previdenziali) prevede la pensione contributiva secondo i criteri della legge 8 agosto 1995, n. 335 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare) in rapporto al montante dei contributi soggettivi versati entro un determinato tetto reddituale, nonché delle somme corrisposte a titolo di riscatto o di ricongiunzione. Tale prestazione vale comunque ad escludere che la contribuzione versata senza la possibilità concreta di conseguire alcun trattamento pensionistico di vecchiaia o di anzianità rimanga erogata ‹a vuoto›”. Considerazioni che si possono estendere alla posizione dell’odierno ricorrente.
Nell’affrontare le varie ragioni di doglianza sollevate in ricorso, può poi richiamarsi la sentenza n. 5797/2016 di questo Ufficio allegata agli atti. Invero proprio le disposizioni costituzionali invocate dall’istante, contrariamente a quanto sostenuto dal medesimo, impongono di ritenere che, nel nostro ordinamento, all’espletamento di attività latu sensu lavorativa, sia essa intellettuale o manuale, esercitata in forma autonoma o subordinata, dietro pagamento di corrispettivo, debba accompagnarsi la copertura previdenziale.
E ciò per ragioni di tutela di posizioni indisponibili dal singolo (tutela avverso la vecchiaia, la malattia, l’invalidità e per i superstiti) e, quindi, a prescindere se, poi in concreto, al singolo potrà o meno essere erogata una qualche prestazione (ex art. 38 Cast.; cfr Cass. N. 2939/2001).
Nel caso degli avvocati liberi professionisti, l’art. 21 comma 8 legge n. 247/2012 dà attuazione a tali principi(omissis)

Per il resto, la previsione di un contributo annuo obbligatorio corrisponde alla garanzia di percezione di un trattamento pensionistico, sia pure, eventualmente, in misura minima.
A nulla rileva che detto contributo non risulti proporzionale al reddito professionale e che non sia informato al principio di progressività.Al riguardo va seguito l’insegnamento del Giudice delle Leggi, il quale, quando si è pronunciato sulla natura del tributo o meno delle contribuzioni previdenziali e sulla conformità al principio di progressività ex art. 53 Cost. di quest’ultime, ha affermato che la contribuzione previdenziale non è assimilabile all’imposizione tributaria vera e propria, di carattere generale, ma è da considerare quale prestazione patrimoniale avente la finalità di contribuire agli oneri finanziari del regime previdenziale dei lavoratori interessati (cfr. Corte Cost. nn. 173/1986, 349/1985 e 202/2006).

I giudici di legittimità, in materia di contribuzione forense, hanno poi escluso, in modo esplicito, che i contributi previdenziali siano assoggettati al criterio della progressività (cfr. Cass. N. 4146/1990).
Del resto, con riguardo all’obbligo di iscrizione alla Cassa e al conseguente obbligo contributivo, la Corte Costituzionale aveva già puntualizzato che ciò “non introduce una ulteriore condizione rispetto a quella dell’esame di abilitazione previsto dall’art. 33 Cast., per l’esercizio dell’attività professionale, con conseguente violazione di tale precetto... tali censure urtano contro l’ovvia constatazione che gli obblighi previdenziali sono considerati dalla legge non già come presupposto condizionante la legittimità dell’esercizio professionale, bensì come conseguenza del presupposto dell’imposizione contributiva, che è costituito da tale esercizio” (Corte Cost. n. 132/1984).
Sicchè l’obbligazione previdenziale non condiziona a monte l’esercizio di un’attività (anche professionale), ma discende come conseguenza della medesima; infatti in generale il rapporto previdenziale presuppone il rapporto lavorativo.

Pertanto non è ravvisabile alcuna violazione delle disposizioni costituzionali richiamate, né in tema di uguaglianza, né di violazione del diritto al lavoro e di iniziativa privata o di esercizio di un’arte o una scienza, né in materia tributaria. Anzi, la previsione di un contributo minimo a carico di tutti gli esercenti la professione forense risponde alle esigenze solidaristiche della categoria ed è volta ad assicurare un trattamento previdenziale minimo anche nel caso di redditi percepiti modesti, mentre affrancare da detto obbligo taluni professionisti determinerebbe un ingiustificato slittamento dell’obbligo contributivo complessivo in capo soltanto ad alcuni professionisti.
Peraltro, la necessità di assicurare un trattamento pensionistico a tutti gli iscritti impone la correlata esigenza di imporre un contributo minimo obbligatorio, senza il quale la Cassa, al fine di assicurare il pareggio del bilancio, sarebbe tenuta ad aumentare in modo irragionevole la contribuzione richiesta agli avvocati che producono maggiore reddito professionale.
Quanto alla lamentata violazione dell’art. 23 Cost. e del principio secondo cui ogni prestazione patrimoniale debba essere imposta dalla legge, mentre nel caso di specie il legislatore avrebbe demandato senza alcun limite alla Cassa di stabilire la misura della contribuzione, deve osservarsi che non si tratta di un’attività rimessa all’arbitrio della Cassa.
Invero il Regolamento della CF è soggetto a censure del Ministero del lavoro e ad approvazione ministeriale.

Occorre poi considerare quelle che sono la natura e la finalità della CF; la legge delegata d.lgs n. 309/94 (“Attuazione della delega conferita dalla L. 24 dicembre 1993 n. 537 art. 1 comma 32 in materia di trasformazione in persone giuridiche private di enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza”) ha ribadito, coerentemente, sia la trasformazione in associazioni o fondazioni con deliberazione dei competenti organi (art. 1 comma 1) degli “enti di cui all’elenco A allegato” (quale la Cassa nazionale di previdenza e assistenza avvocati) - contestualmente subordinandola alla “condizione che non usufruiscano di finanziamenti pubblici o altri ausili pubblici di carattere finanziario”, ed esplicitamente sottolineando la continuità della loro collocazione nel sistema, quali enti senza scopo di lucro con personalità giuridica di diritto privato, titolari dei rapporti attivi e passivi dei corrispondenti enti previdenziali e dei rispettivi patrimoni, deputati a svolgerne le “attività previdenziale e assistenziali... ferma restando la obbligatorietà della iscrizione e della contribuzione” - sia la loro autonomia organizzativa, amministrativa e contabile (art. 2) - “nel rispetto dei principi stabiliti dal presente articolo nei limiti fissati dalle disposizioni del presente decreto in relazione alla natura pubblica delle attività svolte” - e con l’obbligo di “assicurare l’equilibrio di bilancio mediante l’adozione di provvedimenti coerenti alle indicazioni risultanti dal bilancio tecnico.”

La stessa normativa ha peraltro previsto che gli enti previdenziali privatizzati siano soggetti ad un articolato sistema di poteri ministeriali di controllo sui bilanci e di controllo sulla gestione da parte della Corte dei Conti (art. 3); altresì è previsto il controllo politico della Commissione parlamentare di controllo sull’attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale (istituita con 1. n. 88/89). Sicchè, come affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 248 del 18.7.1997, la prevista “trasformazione (in persone giuridiche private, appunto) ha lasciato immutato il carattere pubblicistico dell’attività istituzionale di previdenza ed assistenza svolta dagli enti, articolandosi invece sul diverso piano di una modifica degli strumenti di gestione e della differente qualificazione giuridica dei soggetti stessi: l’obbligo contributivo costituisce un corollario, appunto, della rilevanza pubblicistica dell’inalterato fine previdenziale”. Ne risulta quindi una sostanziale delegificazione, affidata dalla legge all’autonomia degli enti previdenziali privatizzati, entro i limiti ad essi imposti, per la disciplina, tra l’altro, del rapporto contributivo - ferma restando l’obbligatorietà della contribuzione - e del rapporto previdenziale - concernente le prestazioni a carico degli enti stessi - anche in deroga a disposizioni precedenti.

Il sindacato giurisdizionale sugli atti di delegificazione adottati da tali enti, investe dunque il rispetto, da un lato dei limiti imposti all’autonomia degli enti, dall’altro, dei limiti costituzionali. Ebbene sulla base di questi principi, la delegificazione operata dal legislatore nel consentire alla Cassa Forense di stabilire la misura del contributo obbligatorio minimo non sembra in sé violare alcun limite costituzionale. Quel che emerge dalla disamina del quadro normativo è che il legislatore, fin dalla privatizzazione della CF, si è preoccupato di assicurare l’equilibrio economico - finanziario e di garantire l’erogazione delle prestazioni, prevedendo la vigilanza del Ministero del lavoro (d.lgs n. 509/94), sicchè, ferma restando la discrezionalità tecnica affidata alla Cassa nel come attuare i principi stabiliti dalla legge, questi ultimi impongono l’equilibrio economico-finanziario e la sostenibilità del pagamento delle prestazioni.

Alla stregua di queste considerazioni, posto che nessuna deduzione concreta è stata effettuata per ritenere che la misura del contributo obbligatorio sia stata individuata in modo irragionevole o arbitrario, la censura va disattesa. Parimenti non sussiste violazione del diritto comunitario, poiché l’iscrizione alla Cassa non è un ostacolo alla concorrenza né crea discriminazioni tra gli operatori della medesima categoria professionale, una volta accertato che tale iscrizione è obbligatoria per tutti costoro e che, come visto, il regolamento di attuazioni prevede una disciplina più leggera per chi si trova in condizioni economiche meno favorevoli (per minor volume di attività e per minore anzianità di iscrizione, quindi, presumibilmente, con minor capacità economica). Non può ravvisarsi neppure violazione della normativa comunitaria invocata in ricorso chiaramente inapplicabile a prestazioni di previdenza obbligatoria quali quelle in contestazione. Contrariamente a quanto affermato dal ricorrente, non sussiste discriminazione fondata sull’età; a prescindere dal rilievo per cui l’iscrizione alla Cassa consegue all’iscrizione all’Albo, dunque alla scelta del singolo di intraprendere l’esercizio della professione in un determinato momento della vita, la giurisprudenza ha affermato l’insussistenza del diritto a percepire la pensione di invalidità in caso di iscrizione avvenuta successivamente al compimento del 40° anno di età (Corte Cost. nn. 669/ 1988, 132/1984); l’art. 4 del regolamento di attuazione dell’art. 21 della 1. 247/2012 prevede poi che gli iscritti agli Albi che al momento dell’iscrizione alla Cassa hanno compiuto il 40° anno di età possono ottenere i benefici di cui all’art. 3 del medesimo articolo con il pagamento di una speciale contribuzione (pari al doppio di contributi minimi, integrativo e soggettivo) dell’anno di decorrenza dell’iscrizione per ciascun anno, a partire dal quello del compimento del 39° anno di età, fino a quello anteriore alla decorrenza dell’iscrizione. 

Parimenti infondata appare la doglianza relativa alla impossibilità di essere eletto al Comitato dei delegati (omissis); come sostenuto dalla Cassa (e non contestato dal ricorrente) sussistevano infatti in capo al ricorrente i requisiti per l’iscrizione volontaria alla Cassa e per l’eleggibilità al Comitato dei delegati.

In conclusione il ricorso va respinto.