Il differenziale ‘pensionistico’ di genere nell’avvocatura

1/2022 GENNAIO - APRILE

Manuela Bacci e Maria Grazia Rodari

“Dovrei chiedere scusa a me stessa per aver creduto di non essere abbastanza”

Ada Merini

1 . Da molti anni si osserva costante il fenomeno del divario reddituale tra generi nelle professioni intellettuali, che rispecchia peraltro l’andamento esistente nel più generale mondo del lavoro.

Secondo uno studio del World Economic Forum i progressi per colmare tale differenza di trattamento economico procedono troppo a rilento, tanto che la parità potrà essere raggiunta solo tra 268 anni. Anche se – è opportuno sottolinearlo – vi sono sensibili differenze tra i Paesi e quelli del nord Europa (Islanda, Finlan- dia e Norvegia) occupano l’intero podio delle realtà più virtuose.

In questo scenario, l’Italia, pur avendo fatto importanti progressi tra il 2020 e il 2021, salendo di tredici posizioni, si ferma comunque ad un modesto sessantatreesimo posto, su 156 Paesi considerati. Come detto, anche le libere professioniste non si sottraggono a questo trend e benché siano diventate maggioranza in molte professioni, continuano a guadagnare molto meno rispetto ai colleghi uomini, al punto che oramai il gap reddituale è diventato strutturale.

Dall’ultimo rapporto di AdEPP – Associazione degli Enti di Previdenza Privati – che ogni anno raccoglie i dati demografici e reddituali dei professionisti italiani, si rileva come vi sia una crescita pressoché costante nel tempo della rappresentanza femminile, che negli ultimi 14 anni è passata dal 30% ad oltre il 41% degli iscritti (2020).

Ma, con riferimento al divario reddituale di genere tra i liberi professionisti, il dato complessivo, al 2020, fa registrare una differenza di reddito pari a circa il 45%. Dall’analisi di Adepp si evince come la differenza di red- dito dovuta al genere, pur persistente per tutte le fasce d’età, presenti importanti differenze. In particolare, si può notare come essa sia poco rilevante per le professioniste sotto i 30 anni: in questa fascia d’età, la differenza di reddito tra le professioniste donne (13 mila euro) e i loro colleghi uomini (15 mila euro) risulta essere marginale, tendendo progressivamente ad aumentare.

Infatti, nella fascia di età fra i 30 e i 40 anni il reddito medio di un professionista uomo è pari a 29 mila euro, mentre quello di una professionista donna ammonta a 18 mila euro. Nella fascia di età fra i 40 e i 50 anni si passa dai 44 mila euro per gli uomini ai 26 mila euro per le donne. Tale differenziale si mantiene costante, anche per le fasce di età fra i 50 e i 60 anni (€ 58 mila per gli uomini e 34 mila per le donne) e fra i 60 e i 70 (€ 54 mila per gli uomini e 35 mila per le donne).

2. Per quanto riguarda la professione forense, anche i relativi dati sono in linea con il fenomeno sopra illustrato, registrando un costante aumento della compagine femminile, che ormai è quasi in posizione paritaria rispetto a quella degli uomini. La tabella sottostante rappresenta la situazione nell’avvocatura dell’anno 2020, come è stata rilevata dall’Ufficio attuariale di Cassa Forense attraverso i Modelli 5/2021, presentati dagli avvocati fino al 31/12/2021.

 

Secondo l’orientamento generalizzato, anche nell’avvocatura si rileva un consistente divario reddituale tra uomini e donne, che è particolarmente marcato ed evidente, sia a livello di età sia a livello geografico, tra le regioni del sud e del nord Italia. La minor percezione di redditi da parte delle giovani è legata, almeno in parte, ad un fenomeno culturale, tan- to radicato quanto difficile da estirpare.

Ancora oggi, infatti, grava pesantemente sulla donna l’attività di cura dei figli e dei familiari, soprattutto in presenza di risorse finanziarie limitate e di scarsità di strumenti e servizi a supporto delle famiglie. Normalmente non è l’uomo che sacrifica o riduce le proprie chances occupazionali o la propria carriera per dedicarsi nella quotidianità alle problematiche connesse alla famiglia ed alla sua cura.

Dalla tabella che segue, che riporta il reddito medio professionale Irpef prodotto dagli iscritti alla Cassa nell’anno 2020, emerge come il divario reddituale di genere nell’avvocatura sia molto evidente.

A livello geografico la tabella dà conferma dei differenziali di reddito Irpef, tra donne e uomini, nelle diverse aree geografiche d’Italia.

Va evidenziato come il fenomeno dei differenziali di reddito tra uomini e donne durante la vita professionale comporti, inevitabilmente, una ripercussione sulla rendita pensionistica. Dal momento che il reddito prodotto con il lavoro ed il trattamento pensionistico sono sostanzialmente due facce della stessa medaglia: bassi redditi e carriere discontinue incidono negativamente sugli importi pensionistici, che si presenteranno altrettanto bassi, indipendentemente dal fatto che si adotti un metodo di calcolo contributivo o retributivo.

Il ‘gender pension gap’ è presente in tutti i paesi dell’Unione Europea ed in tutte le libere professioni; le pensioni delle donne sono inferiori rispetto a quelle degli uomini.

Le giovani generazioni di professioniste debbono poter prendere coscienza del gap reddituale esistente nelle loro carriere, non solo per poter cercare di salvaguardare il loro presente, ma anche per proteggere il loro futuro. Peraltro questo è un discorso che vale per tutti i professionisti, soprattutto giovani, perché il piano pensionistico va tempestivamente pianificato e senza un reddito nell’attualità da destinare a salvaguardia, anche il futuro pensionamento subisce pregiudizio.

La tabella che segue prende in considerazione i redditi medi Irpef prodotti negli ultimi 5 anni ed evidenzia come nell’avvocatura il divario reddituale di genere sia divenuto oggi un fenomeno ormai costante che, inevitabilmente, farà sentire i suoi effetti sugli importi pensionistici di domani.

3. In ultima analisi si propongono alcune riflessioni sulle quali si vorrebbe far soffermare l’attenzione, soprattutto delle Colleghe.

Nella professione, a parità di capacità con un uomo, una donna talvolta è come se si escludesse da sola, non riuscisse ad autonomizzarsi e ad occupare posizioni di rilievo e di leadership. Si è constatato che alcune giovani sono pervase da sen- so di inadeguatezza e, temendo di sbagliare, tendono ad evitare situazioni lavorative impegnative, che in un certo qual modo vengono considerate troppo gravose e o rischiose.

Peraltro, la tendenza al perfezionismo, che è una qualità tipicamente femminile, allontana la donna dall’assumersi impegni di lavoro, per l’incapacità di tollerare errori che risultano frustranti; ciò accade spesso in una donna, nei vari aspetti della sua vita, e dunque anche in ambito di lavoro autonomo-professionale.

Eccessiva è anche l’ipersensibilità alla critica di una donna professionista, per cui diventa difficile per la stessa esporsi; le osservazioni o i rilievi vengono vissuti come situazioni intollerabili, con aumento del senso di inadeguatezza. Tale senso di inadeguatezza, in presenza di una bassa stima di sé, dipende dalla paura del giudizio altrui ed è per questo che la percezione del valore di una donna subisce variazioni, a seconda di quello che pensano e dicono gli altri.

Infine è necessario che una donna pretenda di essere adeguatamente remunerata per la propria attività: alla professionista non devono bastare le gratificazioni in caso di maggior responsabilità o di conferimento di un incarico “importante”. La gratificazione deve essere bilanciata da un riscontro economico ed è ciò che fa l’uomo, non appena riceve un incarico di rilievo o progredisce nella carriera.

Pertanto, se è vero che il percorso di avvicinamento verso un’effettiva parità di genere anche nella professione forense è ancora molto lento e fatto di piccoli passi, è altrettanto vero che le avvocate devono essere in grado, da sole, di compiere quelli più significativi, ampliando la sfera della consapevolezza, così da acquisire un buon grado di fiducia in sé stesse.