Augusto Conte-Domenico Maria Conte, Umanesimo della legge. Apparati giuridici storici letterari, Edizioni Grifo, 2020

1/2020 GENNAIO- APRILE

di Leonardo Carbone

La famiglia Conte (padre e figlio, entrambi avvocati del Foro di Brindisi), continua la ricerca sull’umanesimo della legge.

I motivi animatori del libro sono ispirati dall’umanità o disumanità della legge, del suo valore o disvalore, dalla sua funzione o disfunzione, nelle società mitiche o storiche, narrati attraverso la sua strutturazione nei Codici; nella sua idealizzazione nelle Costituzioni; nella sua visibilità o invisibilità nei processi nei quali si attua e concretizza la sua egemonia o la sua sconfitta contro le ribellioni; nella sua esaltazione o nella demistificazione nelle opere letterarie.

Il volume si compone di quattro parti, tutte precedute da una prefazione, con inizio dalla Codificazione delle Leggi, che, per i significati sociali che contengono, affrontati e commentati in tutti i dettagli normativi, segnano il passo delle civiltà, a partire dal Codice di Hammurabi e facendo seguito con le XII Tavole, le Costituzioni Imperiali di Teodosio e Giustiniano, gli Editti dei Longobardi, le Assise di Ariano di Ruggero II, le Constitutiones di Federico II, la Carta de Logu sarda, delle prime civiltà sociali, approdando alle società moderne con i Codici francesi, civili e penali, sostanziali e processuali, dei Regni di Napoli e Sicilia, di Sardegna, del Lombardo Veneto, del Granducato di Toscana, dello Stato Pontificio e dello Stato di Città del Vaticano, dei Ducati di Parma e Piacenza, e di Modena e Reggio, e completandosi con i Codici dell’Unità d’Italia.

La seconda parte riguarda le Leggi nelle Carte Costituzionali, con il percorso di crescita consapevole compiuto dall’Umanità per il riconoscimento dei diritti fondamentali e la ricerca del migliore modello di società, a cominciare dalla Magna Charta Libertatum del 1215 e proseguendo con la Costituzione degli Stati Uniti d’America del 1787, le Costituzioni francesi del 1791, 1793, 1975 e 1799, la Costituzione della Repubblica Napoletana del 1799, del Regno di Napoli e Sicilia del 1810, del Regno delle Due Sicilie del 1820, e nel corso della “primavera dei popoli” del 1848, del Regno delle Due Sicilie, del Regno Sardo-Piemontese (Statuto Albertino); degli Statuti per il Granducato di Toscana e per i Ducati di Parma e di Modena, e con la Costituzione Italiana del 1948.

La terza parte tratta la relazione tra legge e processo; i processi costituiscono occasione di valutazione dei fatti storici e sperimentazione e applicazione concreta nella giustizia, alla cui affermazione tende il processo per l’esigenza di ordine, per il riequilibrio tra il giusto e l’ingiusto, e fonte di ricerca di significati sui costumi, sulla mentalità, sulla cultura, sui linguaggi, nel “teatro tragico” nel quale vengono rappresentati i dissidi, grandi o piccoli, della vita privata e pubblica degli uomini, in cui si giocano destini individuali e collettivi, a cominciare dai primi processi “narrati” da Omero, Eschilo e Ovidio, dalle difese del logografo Lisia, passando per i memorabili processi storici a Socrate, a Gesù, ad Apuleio, a Luigi XVI, a Emanuele De Deo e al Capitano Dreyfus.

L’argomento della quarta parte affronta il sentire comune tra giuristi e letterati e il principio che lega la legge e il diritto, che costituiscono il campo dell’“arte del giusto”, con l’arte in genere, figurativa e in specie letteraria, che rappresenta il campo del “bello”, costituito dalla estetica e dal senso dell’umanità, che sono uniti al pensiero della “verità”. La letteratura ispira il giurista sulla comprensione delle relazioni umane, e fornisce uno stile “letterario”, negli elaborati giuridici, stimolando l’uso creativo del linguaggio forense, affidandogli la opportunità e la consapevolezza di una applicazione culturale e umanistica della legge.

La “narrazione” si articola nell’approfondimento del conflitto tra legge naturale e legge positiva in Antigone di Sofocle; nelle descrizioni del paradosso nella legge ne Il Mercante di Venezia di Shakespeare, dell’assurdo nella legge in Pirandello, del diritto e rovescio in Collodi e Kafka e del diritto d’autore in Manzoni.

È un libro che si legge “piacevolmente” ed è “consigliato” non solo ai giuristi ma anche agli studiosi del diritto in generale, perché consente al lettore di avere un quadro generale di quella che è stata la “legge” nel corso dei secoli.