Fabrizio Amendola, Covid-19 e luoghi di lavoro ovvero delle illusioni percettive in tempo di pandemia

2/2021 MAGGIO-AGOSTO

a cura di Leonardo Carbone

Nella collana “Biblioteca di cultura giuridica – Breviter et dilucide”, che raccoglie studi sul diritto e sulla giustizia e che è diretta dal Primo Presidente della Corte di cassazione dott. Pietro Curzio, l’editore Cacucci (Bari, 2021) pubblica questo breve saggio che indaga il complesso tema delle eventuali responsabilità del datore di lavoro, sia in ambito civile che penale, nel caso in cui dipendente contragga una malattia cagionata dal Covid 19 nei luoghi ove presta la sua attività lavorativa.

L’Autore, un magistrato che dal 2013 compone la Sezione lavoro della Suprema Corte, affronta la materia dall’angolo visuale dell’analisi del diritto positivo, com’è consuetudine di chi conduce ogni valutazione dell’esperienza giuridica, per obbligo professionale, secondo un esame rigoroso delle norme per come sono scritte e non per quello che appaiono o per ciò che si vorrebbe fossero.

Dopo una preliminare ricognizione degli assetti del diritto vivente in tema di obblighi datoriali correlati alla tutela del lavoratore e delle conseguenti responsabilità per inadempimento, anche con l’indicazione dei più recenti e significativi arresti giurisprudenziali, l’Autore procede ad una breve cronaca degli avvenimenti che, a partire dalla dichiarazione dell’emergenza pandemica, hanno via via composto un quadro fitto di interventi normativi, ascrivibili a fonti di livello primario e secondario, destinati ad incidere sui rapporti di lavoro, in caso di contagio da coronavirus.

In particolare, poi, passando all’analisi degli interventi legislativi, nel libro ci si interroga sul se la disposizione contenuta nell’art. 42, co. 2, d.l. n. 18 del 2020, con cui l’INAIL viene chiamato a garantire tutela “nei casi accertati di infezione da coronavirus in occasione di lavoro”, fosse davvero indispensabile per consentire la copertura assicurativa al lavoratore ovvero se l’indennizzo avrebbe potuto essere riconosciuto già sulla base delle regole preesistenti.

Si spiega, così, che l’art. 42 del “Cura Italia”, è in larga parte riproduttivo di effetti che si sarebbero realizzati anche se non fosse stato emanato ed ha contenuti realmente innovativi davvero circoscritti e residuali; in ogni caso interviene in un ambito che vale nel rapporto tra lavoratore ed INAIL, a fini indennitari, ed è estraneo ad ogni valutazione circa condotte eventualmente omissive del datore di lavoro che possano essere stata causa del contagio, per cui la protezione assicurativa pubblica non è subordinata ad alcun accertamento di responsabilità datoriale. Eppure – registra l’Autore – detta disposizione suscita allarme nella comunità interpretante, costituita anche dagli operatori del mondo del lavoro e dalle associazioni rappresentative dei loro interessi, tanto da auspicare iniziative governative giustificate dall’assunto che la norma, in realtà nuova solo in apparenza, avrebbe prodotto conseguenze “gravissime” sui datori di lavoro, anche sul piano penale. Sollecitato proprio dalle reazioni pubbliche, il legislatore interviene nuovamente con il successivo art. 29 bis del d.l. n. 23 del 2020, volto sostanzialmente a contenere le responsabilità dei datori di lavoro pubblici e privati mediante il richiamo all’art. 2087 c.c. ed ai protocolli anti-contagio; nell’esaminare anche questa norma ed i suoi ambiti applicativi, il saggio scandaglia le probabilità concrete che essa abbia di centrare l’obiettivo, avuto particolare riguardo all’operatività dei protocolli condivisi.

L’analisi ermeneutica è svolta sulla base di una dichiarata chiave di lettura – che costituisce la matrice del sottotitolo dato al libro – secondo la quale sia le innovazioni normative, sia le reazioni che le stesse hanno suscitato, costituiscano il frutto di “illusioni percettive”, ovverosia di una distorta percezione dei fenomeni giuridici – determinata da difetti di comprensione ma anche dagli umori dell’opinione pubblica tanto più variabili in situazioni emergenziali – che procura illusioni alla mente collettiva, condizionandone pesantemente le valutazioni e le scelte.

L’antidoto a questa situazione caratterizzata da precarietà ed incertezza è svelato dall’Autore nell’ultimo capitolo dedicato a “Le salvaguardie di sistema”, intese come “mura di cinta […] idonee a preservare un equilibrato contemperamento degli interessi in gioco”, laddove si argomenta diffusamente come “l’esatta visione del problema all’interno di principi consolidati dal sistema – e non al di fuori di esso – costituisce il vaccino idoneo a creare gli anticorpi sufficienti a proporre soluzioni adeguate pure in condizioni di emergenza pandemica”. Come si legge nella quarta di copertina del volume recensito “I recenti interventi normativi in materia sono 187 l’occasione per una riflessione che segni i termini della questione da parte da parte di chi ha consuetudine per obbligo professionale, con l’analisi del diritto positivo, secondo ciò che è e non per quello che appare o si vorrebbe fosse”.

Da tali premesse ne consegue che il volume non può sfuggire alla lettura dei giuslavoristi e del mondo del lavoro in generale.