Gino Giugni, Idee per il lavoro (a cura di Silvana Sciarra), Editori Laterza, Roma-Bari, 2020

2/2020 MAGGIO - AGOSTO

A cura di Vincenzo Antonio Poso

Il libro curato da Silvana Sciarra (allieva di Gino Giugni, che si è laureata a Bari discutendo una tesi sui consigli di fabbrica, con esperienze, significative, di insegnamento in Italia e all’estero, dal novembre 2014 Giudice della Corte Costituzionale) ha il pregio di raccogliere alcuni interventi, accuratamente selezionati, del Maestro di intere generazioni di giuslavoristi, scomparso nel 2009, offerti alla lettura di un pubblico più esteso, soprattutto persone giovani, pronte a ripartire con lo spirito propositivo di cui oggi abbiamo bisogno (è, questa, l’ambizione dichiarata dalla stessa Curatrice nell’intervista rilasciata ad Andrea Plebe dal titolo: “Giugni l’innovatore: la grande svolta è nata dalla sua esperienza”, pubblicata su Il Secolo XIX, il 20 maggio 2020). Non è un caso che il libro (disponibile anche in formato e-book digitale) sia stato pubblicato nell’anno in cui festeggiamo il 50° anniversario dello “Statuto dei diritti dei lavoratori” approvato con la legge 20 maggio 1970, n. 300, la “prima fabbrica” dei diritti dei lavoratori e del sindacato, dovuta alle mani sapienti di Gino Giugni, un socialista a vocazione internazionale, al quale si affidò il Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale dell’epoca, Giacomo Brodolini, un socialista riformista a vocazione interna, che aveva maturato una notevole esperienza non solo politica, ma anche sindacale.

Ma Gino Giugni, come è stato detto di recente anche da altri (mi riferisco soprattutto ad Alberto Orioli, Lo Statuto compie 50 anni, ma l’eredità di Giugni è altro, in Il Sole 24 Ore, 17 maggio 2020; v. anche Cesare Pinelli, che, nella sua recensione pubblicata in Labor, n. 3 del 2020, p. 311, ha evidenziato lo spirito critico dello studioso) non è solo lo “Statuto dei lavoratori”. È molto di più. Basti leggere come si descrive lui stesso (nell’Intervista rilasciata a Pietro Ichino nel 1992 – il 28 maggio a Roma e il 19 giugno a Milano – pubblicata in Riv. It. Dir. Lav., 1992, I, p. 411 ss., e nel suo ritratto, Minima moralia, pubblicato in Belfagor, 1987, fasc. n. 2, p. 213 ss.) e gli interventi, tra i tanti, di Silvana Sciarra, Un Maestro generoso e che dava fiducia, e di Pietro Curzio, Il “metodo Giugni”, entrambi pubblicati in Lavoro Diritti Europa, fasc. n. 3 del 2019 (sia consentito richiamare anche la mia intervista a Silvana Sciarra, pubblicata in Giustizia Insieme del 2 settembre 2020, dal titolo “Il dialogo mai interrotto con Gino Giugni”). Silvana Sciarra, con la sua introduzione, Cronologia di un pensiero riformatore, ci accompagna, come in un viaggio sentimentale, a conoscere le “idee per il lavoro” che, più di altre, hanno caratterizzato l’opera di Gino Giugni, che si intrecciano anche con la sua persona e i tempi che ha vissuto (la nota biografica, per quanto sintetica, ci rende un profilo completo dello studioso, del politico e dell’uomo). Le vie di questo percorso individuate dalla Curatrice sono diverse e si intersecano tra di loro. Innanzitutto uno sguardo alle dinamiche di sindacato e impresa dal loro interno (basti pensare alle esperienze, anche formative e sempre intessute di rapporti con studiosi di altre discipline, in Eni, Iri e Intersind e nella Scuola della Cisl di Firenze diretta da Mario Romani).

Questa pratica sociale costante porterà Giugni a prestare grande attenzione ai luoghi dove la contrattazione collettiva prendeva concretamente forma e i dati empirici raccolti venivano riversati in una vasta “produzione scientifica contraddistinta da uno stile asciutto e non formale, ricca di riferimenti alle realtà aziendali e alle dinamiche esistenti fra le organizzazioni sindacali”. Fu questa significativa esperienza che condusse Giugni alla stesura del fortunato “manuale” di diritto sindacale (che nasce sotto forma di appunti dalle lezioni ad uso degli studenti universitari baresi), da sempre pubblicato dall’Editore Cacucci, con diverse edizioni, aggiornato dagli allievi anche dopo la morte del loro Maestro, che conferiva dignità scientifica alla materia trattata. Nell’insegnamento universitario barese, fatto anche di gruppi di ricerca con impianto interdisciplinare, allo studio del diritto in azione si affiancavano l’analisi storica e la comparazione con altri ordinamenti.

L’apertura al metodo comparato (fondamentale è l’incontro con Otto Kahn-Freund), che possiamo definire la seconda direttrice del percorso intellettuale di Gino Giugni, deve essere messa in diretta connessione con l’influenza del modello nordamericano delle relazioni industriali (come preferiva chiamare le relazioni sindacali) sulla formazione del suo pensiero giuridico riformatore. La contaminazione tra cultura sindacale e cultura d’impresa porta il diritto del lavoro sul campo elettivo delle trasformazioni economiche e produttive (qui fondamentale è l’insegnamento di Selig Perlman,la cui opera è stata fatta conoscere in Italia proprio per 191 iniziativa di Giugni).

La terza direttrice è rappresentata dall’autonomia collettiva (tema al quale Giugni ha dedicato, sin dalla monografia del 1960, una parte importante del suo studio) e dalla legislazione di sostegno, che nella legge n. 300 del 1970 ha trovato la sua massima espressione. Uno snodo importante è poi rappresentato dall’impegno di Giugni, negli anni ’80 e ’90, nella composizione del conflitto sindacale con la paziente opera della negoziazione e della concertazione, perseguita con successo, perché, forte della sua formazione, egli prospettava scelte concrete, non ideologiche, tanto meno acritiche nei confronti degli attori sociali. Veniamo ai contributi più significativi raccolti in questo volume. Innanzitutto la nascita del diritto del lavoro, che comprende la voce per l’Enciclopedia Treccani (dove sono esposti i contenuti essenziali di questa materia) e l’analisi delle esperienze corporative e post-corporative nei rapporti collettivi di lavoro in Italia.

Il secondo paragrafo del volume, intitolato alla tutela della professionalità (tema elettivo di Giugni, oggetto anche di una importante monografia del 1963), è dedicato all’analisi di mansioni e qualifica nello svolgimento dinamico della professionalità del lavoratore. “L’organizzazione sindacale è libera” è il titolo del terzo capitolo che, dopo aver esaminato la mancata attuazione dei commi 2° e 3° dell’art. 39 della Costituzione, analizza l’efficacia precettiva del 1° comma e le altre fonti di tutela della libertà sindacale, l’organizzazione sindacale e i suoi requisiti, i soggetti titolari della libertà sindacale, l’attuazione della libertà sindacale e la non discriminazione. Alla contrattazione aziendale è dedicato il quarto paragrafo: dalla critica e dal rovesciamento dell’assetto contrattuale degli anni ’60, all’analisi della contrattazione articolata nella prassi aziendale, alla formazione del nuovo assetto contrattuale.

E per finire l’analisi del modello Fiat, definito “fantasma” nel saggio del 1987 apparso su MicroMega, nel quale Giugni è impegnato a dimostrare, sulla scorta degli eventi storici del 1919,1954 e 1980 la seguente tesi: “L’irrilevanza delle vicende sindacali alla Fiat fuori dall’ambito di tale azienda, contrapposta all’altissima incidenza di esse, nell’area politica, come valore simbolico”. Ideologie sindacali è il tema del quinto capitolo che, dopo aver analizzato il sindacato e il sindacalismo degli anni ’70, anche nel contesto culturale e politico e con particolare attenzione al caso italiano, affronta l’importante tema della concertazione sociale e del sistema politico in Italia, nel prisma della governabilità della società complessa. Per finire, una prima analisi della legge n. 146 del 1990 sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, che vedrà lo stesso Giugni protagonista di primo piano nella seconda Commissione di Garanzia.

Sono queste le “idee per il lavoro” di Gino Giugni, nate da un confronto, sempre fecondo, con studiosi (non solo italiani) di varie discipline (non solo giuridiche) e con le parti sociali (attive nel conflitto quotidiano, ma sempre impegnate per la sua fattiva composizione) sul “grande tema della sinergia fra individuale e collettivo, fra diritti di libertà e solidarietà, fra emancipazione e riscatto”, per dirla con le parole di Silvana Sciarra, che ha il merito di rappresentare l’attualità dell’approccio dottrinale e del metodo pragmatico del grande Maestro che ha dato dignità giuridica alla dialettica sociale.

Le idee per un moderno (diritto del) lavoro camminano sulle gambe degli uomini e oggi (come ha ben scritto Alberto Orioli nella recensione sopra citata) “ciò che manca è quel riformismo improntato a “pragmatismo e cultura istituzionale” che suona ancora una volta rivoluzionario in questa nostra quotidianità scandita da spirito di fazione e dileggio istituzionale”.

È questo l’insegnamento di Gino Giugni: un intellettuale, non autoreferenziale, del secolo scorso; attuale, più che mai; che oggi, come non mai, manca alla politica del diritto del tempo presente.