Giulio Prosperetti, Ripensiamo lo Stato sociale, Wolters Kluwer, Milano, 2019

1/2020 GENNAIO- APRILE

di Leonardo Carbone

In un periodo storico caratterizzato da crisi economica, crisi del lavoro, crisi delle istituzioni, crisi morale, crisi del sistema sociale, è arrivato in libreria il volume recensito del Prof. Giulio Prosperetti, giudice della Corte costituzionale, volume in cui l’autore tratta le tematiche affrontate nei suoi numerosi scritti dal 1994 in poi.

Il libro analizza in particolare la crisi del welfare, la difficoltà dello Stato sociale di mantenere le proprie promesse e di realizzare i principi affermati nella Carta costituzionale, ma anche la strategia per superare la crisi. L’autore evidenzia come molti fattori di crisi sono, in realtà, determinati proprio dalla permanenza di istituti giuridici divenuti inidonei a regolare una realtà profondamente mutata; tali istituti per l’autore non appaiono più idonei a regolamentare efficacemente le nuove esigenze emerse nelle società postindustriali contemporanee. La crisi economica-sociale è “in gran parte determinata dalla vetustà degli strumenti giuridici che regolano la società, tutti sorti in un contesto di società industriale avanzata e la cui utilizzazione finisce con l’accentuare i problemi, anziché risolverli”.

Particolare rilievo assume la riflessione critica svolta dall’autore sull’attuale assetto del finanziamento al “non lavoro” e cioè la disoccupazione, problema, come si legge nella quarta di copertina, per il quale suggerisce un cambiamento radicale di rotta, proponendo che le risorse pubbliche vadano in misura prioritaria a sostenere il lavoro, anche quello meno remunerativo, prevedendo un mix tra reddito da lavoro e reddito assistenziale.

In quest’ottica per l’autore è paradossale finanziare la disoccupazione e non il lavoro (“Perché non finanziare il lavoro invece che assistere sterilmente la disoccupazione?”), e di tenere distinti gli interventi sul reddito minimo dalla retribuzione corrispettiva, con la conseguenza di accollare gli oneri contributivi in ragione del numero degli occupati e non della redditività delle imprese (“Sono le imprese labour-intensive, cioè quelle meno redditizie rispetto a quelle fortemente automatizzate, a finanziare il welfare: ci sono imprese con dieci dipendenti che oggi fatturano più di imprese con mille dipendenti)”. È urgente, per l’autore, pensare a una progressiva riduzione degli oneri previdenziali che pesano sulle aziende in ragione del numero dei dipendenti; tali oneri vanno posti a carico delle imprese più redditizie.

Nell’analisi della crisi sociale per l’autore occorre un ripensamento sul finanziamento della previdenza sociale, che deve tenere conto dei processi di automazione: non appare più equo che siano le imprese con molti dipendenti, sovente le meno redditizie, a sopportare i maggiori oneri contributivi. Per l’autore un ripensamento va fatto anche con riferimento all’istituto pensionistico, troppo ancorato alla personale storia retributiva e che non può assicurare risultati adeguati alle future esigenze dei lavoratori precari. Per l’autore “va riscoperta la funzione assistenziale dell’istituto pensionistico e il suo possibile sganciamento dal dato contributivo”.

Come si legge nella introduzione del libro recensito “per realizzare il principio di finanziare il lavoro e non la disoccupazione, si dovrebbe innanzitutto reagire al dumping sociale garantendo al lavoratore un reddito integrato dalla fiscalità generale. E ciò ben può essere sostenuto per i lavoratori impiegati nelle produzioni esposte alla concorrenza globale in considerazione che il lavoratore italiano deve sopportare per una sua esistenza dignitosa costi di contesto molto più onerosi di quelli che sopportano i lavoratori nei paesi dell’Est europeo, ciò che appunto giustifica un intervento pubblico volto al riequilibrio di tale situazione”.

È un libro che per il tema trattato, per la “proposta” di ripensare culturalmente e giuridicamente il sistema di welfare e i suoi strumenti,per la evidenziata ineludibile necessità di rivedere i criteri di finanziamento del sistema previdenziale nella società post-industriale, non può sfuggire al giuslavorista, ma soprattutto agli studiosi di previdenza sociale.