Renzo Menoni (a cura di), Prolegomeni per una storia dell’Avvocatura parmense

3/2021 SETTEMBRE - DICEMBRE

A cura di Leonardo Carbone

È stato recentemente pubblicato, per i tipi dell’editore Pacini, nella sezione Pacini Giuridica, il volume “Prolegomeni per una storia dell’Avvocatura parmense”, opera collettanea di 7 avvocati parmigiani, coordinati da Renzo Menoni.

Come scritto nell’introduzione “Il lemma «prolegomeni », che precede nel titolo «per una storia dell’Avvocatura parmense», non vuole costituire un arcaico preziosismo linguistico, ma rappresenta bensì la piena consapevolezza del curatore e degli amici che hanno partecipato a questa piccola «avventura», da un lato dell’impossibilità di scrivere direttamente una storia dell’avvocatura parmense, in mancanza di idonea e più completa documentazione e di precedenti ricerche, sia pure monografiche e settoriali, che avessero già in qualche modo, almeno parzialmente, «arato» il terreno oggetto della ricerca e, dall’altro lato, che il «gruppo di lavoro» (come si usa dire) è costituito non da storici di professione, ma da avvocati, sia pure volonterosi e curiosi di conoscere la propria storia”.

L’interessante volume (pagine 340) si apre con un saggio del curatore che, a titolo di inquadramento generale, ripercorre sinteticamente la storia dell’Avvocatura italiana dall’Unità d’Italia ai nostri giorni, soffermandosi poi su alcune questioni particolari, quali il “problema” della donna avvocato e la femminilizzazione della professione; i rapporti fra avvocatura e politica e i rapporti fra avvocatura e magistratura e concludendo con una breve postilla sui rapporti fra avvocatura, informatica e “intelligenza artificiale”.

Il successivo capitolo, scritto da Michela Donati, getta “uno sguardo sull’avvocatura parmense prima dell’Unità d’Italia” ed in particolare sull’avvocatura parmense nel Ducato, retto dagli ultimi Borbone.

La fonte documentaria è costituita da un volume degli atti e deliberazioni assunte dal Collegio di Disciplina, nel periodo ricompreso fra il novembre 1851 e il settembre 1855 e, quindi, in anni immediatamente precedenti all’Unità d’Italia.

Segue il capitolo “Squarci di storia dell’avvocatura parmense”, di Daniela Bandini e Maria Carla Guasti, con varie notizie, tratte soprattutto dagli estratti di volumi delle adunanze del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Parma. Nel quarto capitolo (“Avvocati che hanno particolarmente illustrato la professione”) Fabio Mezzadri dedica numerosi “ medaglioni” ad avvocati parmensi che hanno ricoperto cariche elettive nazionali dall’Unità d’Italia ad oggi; ad altri che hanno ricoperto la carica di sindaco, nonché ad alcuni avvocati che si sono distinti anche nel campo delle lettere, delle arti, eccetera.

L’ultimo capitolo è riservato all’associazionismo forense a Parma, al quale Paola Da Vico e Luciana Guareschi hanno dedicato la loro attenzione, con una minuziosa ed attenta ricerca.

Una prima parte della “corposa” appendice contiene la riproduzione delle copertine degli albi e delle pagine interne che indicano la composizione dei Consigli dell’ordine dal 1905 ad oggi.

La seconda parte è costituita dall’integrale pubblicazione delle due sentenze 11 novembre 1883 della Corte d’appello di Torino e 18 aprile 1884 della Cassazione di Torino, relative al caso “singolare ed unico in Italia” della dott. Lidia Poët fu Giovanni Pietro. E cioè al caso della prima donna in Italia che si iscrisse all’albo degli avvocati, nell’agosto 1883 (ottenendo, sia pure a maggioranza, una delibera favorevole del Consiglio dell’ordine di Torino) e alle successive impugnazioni dell’autorità giudiziaria, che con le due citate sentenze enunciò il principio dell’impossibilità per una donna di iscriversi all’albo degli avvocati e di esercitare conseguentemente la professione forense.

Si tratta di un volume che può interessare non solo gli avvocati del Foro di Parma, ma anche tutti coloro che amano la nostra professione e conseguentemente desiderano conoscerne meglio la storia.

Da tale eterogeneo materiale è stato osservato che, da un primo sommario esame, si può tentare di trarre alcune sintetiche osservazioni:

1) il “ceto” forense sembra originariamente formato (come si deduce dalla composizione dei Consigli dell’ordine, dei Consigli di disciplina e dai verbali esaminati) da pochi appartenenti alla nobiltà locale e da altri più numerosi soggetti facenti parte della media e piccola borghesia parmense (naturalmente queste argomentazioni andrebbero approfondite tramite ulteriori ricerche ed un affinamento dei mezzi d’analisi);

2) la persistente ricorrenza di alcuni cognomi appartenenti alla stessa famiglia rende evidente una certa trasmissione endogamica degli studi professionali, ma non così accentuata come in altri settori, come ad esempio quelli delle imprese e del commercio;

3) la redditività media della libera professione non sembrerebbe essere stata, nelle varie epoche, particolarmente elevata se, già negli ultimi tempi prima della fine del Ducato, molti avvocati avevano difficoltà a pagare la loro quota per l’iscrizione all’albo e tali difficoltà si sono ripetute anche nel periodo postunitario, mentre negli anni ’30 del Novecento (malgrado la sostanziale introduzione del numero chiuso dei procuratori legali, con la riforma del 1933), si giunse addirittura alla richiesta di prevedere la possibilità di trasferire alcuni avvocati nella neo conquistata colonia etiopica, al fine di assicurare loro un trattamento economico dignitoso.

È un libro che ogni Consiglio dell’Ordine dovrebbe acquistare… ed ogni avvocato acquistare e leggere.