Roberto Voza, Gino Giugni. Il coraggio dell’innovazione, Bari, Radici Future, 2019

3/2019 SETTEMBRE - OTTOBRE

di Vincenzo Antonio Poso

Il volume recensito, curato da Roberto Voza (Professore Ordinario di Diritto del Lavoro nell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, ove è anche Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza), è pubblicato nella Collana “I Formiconi” diretta da Oscar Iarussi e Pasquale Martino; il titolo rende evidente l’ispirazione tratta dal famoso libro di Tommaso Fiore (Formiconi di Puglia. Vita e cultura in Puglia (1900-1945), Lacaita, Manduria, 1962, poi ripubblicato nel 2013), ripreso, con citazioni essenziali e significative, nel prologo dell’Autore.

È una biografia dedicata al Maestro giuslavorista, pugliese di adozione per avere insegnato, dal 1960 al 1975, nella prestigiosa Università di Bari, dove ha creato una importante, forse la più importante, e innovativa Scuola della nostra materia, un vero formicaio culturale, da tutti ammirata (soprattutto da chi, come chi scrive, allievo di Giuseppe Pera, a una Scuola, nel suo significato più nobile, non ha potuto fare riferimento, tutto essendo assorbito e sintetizzato nella multiforme e complessa personalità del Maestro), che ha operato in un momento significativo della trasformazione della società e del diritto del lavoro in Italia.

E proprio i molti riferimenti al “gruppo di allievi formatosi intorno al Maestro nel corso degli anni, studiosi abituati al pluralismo e al confronto di idee, diversi fra loro e tuttavia accomunati dalla consapevolezza di una condivisione”, come ha giustamente sottolineato Silvana Sciarra nella prefazione, arricchisce l’analisi e la ricostruzione dell’Autore. Roberto Voza, dopo aver ricordato l’esperienza di ricerca sociologica a Gravina di Puglia tra il 1954 e il 1956 (che, su diversi territori interessati dalla riforma agraria era stata commissionata dall’UNESCO a Manlio Rossi-Doria) e la frequentazione di Federico Mancini, caposcuola dei giuslavoristi bolognesi (conosciuto sul piroscafo Vulcania che li portava negli Stati Uniti d’America come borsisti Fulbright) si sofferma sull’impegno di Gino Giugni per la rifondazione del diritto del lavoro, cenerentola delle materie giuridiche (per gli studi e per i docenti provenienti da altri settori di ricerca), dopo l’esperienza corporativa, opera iniziata da Francesco Santoro-Passarelli, che costruì l’interesse collettivo, come tertium genus fra interesse individuale e interesse generale, sviluppata, con diversa metodologia, proprio da Giugni con la sua fondamentale teoria dell’ordinamento intersindacale e la particolare attenzione alle relazioni industriali.

In questa complessa opera di rifondazione e di costruzione del moderno diritto del lavoro Gino Giugni ebbe il “privilegio” (come ha scritto Paolo Grossi) di essere orfano di un Maestro nella sua materia di elezione (si era laureato, infatti, a Genova con Giuliano Vassalli, con una tesi dirottata dal processo di Norimberga – primo titolo concordato – al diritto di sciopero), così da poter indirizzare la sua libertà di azione intellettuale senza condizionamenti, affrancando il diritto sindacale dalle tradizionali tecniche civilistiche.

Ci racconta l’Autore che sin dall’esperienza americana (nella Facoltà di Economia dell’Università del Wisconsin, a Madison, sotto la guida di Seling Perlman) Gino Giugni imparò a studiare il diritto e l’economia in stretta connessione tra di loro, apprezzando, solo in un secondo momento, dopo la lettura degli scritti di Tullio Ascarelli, l’importante funzione della politica del diritto, che lo porterà a preferire i piani “bassi” della politica nell’analisi dei fenomeni giuridici e gli studi storici, ma anche la sociologia e l’economia.

Lungo questo percorso fondamentale è l’incontro con Otto Kahn-Freund (divenuto suo Maestro adottivo), che lo portò a privilegiare il metodo della comparazione, del tutto inedita nella giuslavoristica italiana. L’Autore, poi, ci accompagna sul fecondo terreno dei rapporti tra Gino Giugni e la CISL tramite l’Ufficio Studi di Firenze e la Scuola sindacale di Fiesole, esaltando “la centralità del legame del sindacato con la fabbrica, la sua autonomia dai condizionamenti esterni e la spinta a superare la dimensione fortemente centralizzata della contrattazione, ancora preponderante nel corso degli anni ‘50 in Italia”.

Delle esperienze lavorative pregresse merita segnalare quella all’IRI, iniziata nel 1957, straordinaria occasione per verificare sul campo il nesso tra organizzazione del lavoro, politiche del personale e contrattazione collettiva che influenzerà la successiva produzione scientifica di Gino Giugni sull’autonomia collettiva, a cominciare dalla famosa monografia del 1960, la cui pubblicazione coincide con l’inizio della docenza barese (osteggiata dalla maggioranza degli studiosi che preferiva il formalismo dogmatico).

Il tratto caratteristico dell’esperienza universitaria è l’analisi empirica, l’attenzione alle fonti extra-legislative e alle relazioni industriali e la cultura interdisciplinare, quest’ultima plasticamente visibile nell’ampiezza delle materie afferenti all’Istituto di Diritto del Lavoro e Scienze Sociali e nella sua successiva evoluzione in Dipartimento sui Rapporti di Lavoro e sulle Relazioni Industriali (dove, non a caso, scomparve la parola “diritto”) e nella, rinnovata, Scuola di Perfezionamento in Diritto del Lavoro e Previdenza Sociale (alla cui attività l’Autore dedica ampio spazio).

Nella fucina delle regole Gino Giugni è stato “propulsore e artefice di politiche legislative e di importanti accordi tra le parti sociali, fondamentali per la storia e la cultura del lavoro nel nostro Paese”, ad iniziare dal Protocollo Intersind - Asap del 5 luglio 1962, apripista della contrattazione articolata. Le vicende che portarono all’approvazione, prima, della L. n. 604/1966 sui licenziamenti individuali, e poi della L. n. 300/1970 sono ripercorse dall’Autore con dovizia di particolari che danno conto non solo dell’opposizione parlamentare democristiana di derivazione cislina, che non tollerava l’espropriazione da parte della legge delle materie oggetto di contrattazione, ma anche una parte di studiosi di sinistra, che in gran parte facevano riferimento alla “Rivista Giuridica del lavoro e della previdenza sociale”, e di chi riteneva che lo Statuto avesse imbrigliato lo spontaneismo sindacale di classe all’epoca incarnato dal movimento dei delegati.

Nel percorso legislativo e politico meritano di essere ricordati: la legge n. 83/1970, sul riordino del collocamento agricolo; la legge n. 297/1982, sul trattamento di fine rapporto, in sostituzione della indennità di anzianità; il Protocollo 22 gennaio 1983, prima tappa della concertazione, che supera il pluralismo conflittuale, inaugurando una nuova stagione di rapporti tra le parti sociali; la legge n. 146/1990 sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali (e Gino Giugni, dopo la sua esperienza parlamentare, fu chiamato a presiedere la Commissione di Garanzia istituita per l’attuazione di questa legge); il Protocollo del 23 luglio 1993, alla cui sottoscrizione seguirono varie Commissioni ministeriali per la sua concreta attuazione.

Il Protocollo c.d. Scotti del 22 gennaio 1983 rappresentò l’espressione più alta del riformismo, politico e sindacale, tanto che Gino Giugni fu vittima dell’agguato terroristico delle Brigate Rosse, il 3 maggio dello stesso anno (nel libro l’Autore fa riferimento ai numerosissimi messaggi di solidarietà ed affettiva partecipazione di molti cittadini comuni, lavoratori, militanti di partito e sindacali, reperiti nelle Carte del Fondo Giugni custodito nella Fondazione Nenni di Roma). I terroristi avevano scelto l’obiettivo sbagliato o lo avevano scelto proprio perché si trattava di una persona desiderosa di comprendere la realtà e di non sottrarsi al confronto, come ha ben scritto l’Autore.

Alla fine della lettura di questo libro si percepisce, in tutta la sua importanza, che Gino Giugni è stato riformista a tutto tondo, non solo politico, ma anche scientifico e culturale, e per questo innovatore, in ogni campo del suo percorso di vita.

Un riformista radicale, riformatore per meglio dire, anche per differenziarlo dai riformisti che nel temo hanno lavorato per riformare le riforme (per usare le parole di Aris Accornero) e un socialista autentico.

Il lettore resterà positivamente impressionato dall’ampia bibliografia e dall’indice dei nomi che impreziosisce questo agile, ma molto intenso, volume, un concentrato di ricordi e notizie accuratamente esposti con dovizia di particolari, del quale dobbiamo essere grati all’Autore Roberto Voza, a dieci anni dalla scomparsa del Maestro.